personaggi


Renato Zero nel 1968A volte, quando uno ti dice che secondo molta gente lui assomiglia a Renato Zero, e poi aggiunge anche di non condividere questa opinione (“Secondo me non ci assomiglio proprio a Renato Zero“, dice), e tu gli dai ragione, e gli dici che effettivamente è molto difficile trovargli una qualche somiglianza con Renato Zero, ecco che spesso dopo due minuti è proprio lui quello che cerca di convincerti che dopo tutto, almeno un po’, lui davvero assomiglia a Renato Zero, anzi sono quasi identici, e se alla fine non gli dai ragione ci rimane un po’ male.

Poi tanto si scopre comunque che quello lì che voleva somigliare a Renato Zero tutti lo chiamano Tokio di soprannome, e la cosa finisce un po’ lì.

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d'annunzioOvviamente, da che mondo è mondo e da che pane è pane, la gente comune ha avuto l’usanza di piazzare del cibo (carne, formaggi, verdure, insaccati, spezie) tra due fette di pane e di mangiarselo cosí, con le mani. La gente comune, appunto. La nobiltà invece, costretta da mille regole d’etichetta, si doveva sedere a tavola per ore, a mangiare, conversare ed improvvisare la guerra o la pace. Quando nel XVIII secolo tal John Montagu, IV conte di Sandwich, ritenne troppo oneroso per la sua persona alzarsi dal tavolo da gioco per approdare a quello imbandito, e si fece preparare un pezzo di carne tra due fette di pane, tutti dissero “Oh!“, lo trovarono una cosa molto particolare e un qualche geniaccio dell’adulazione propose di chiamare l’artefatto “sandwich“, in onore al suo “inventore”. Ovviamente la gente comune aveva dato da tempo un nome a quella strana cosa lì, sicuramente non lo chiamavano “pezzo di cibo tra due fette di pane”; chissà, forse lo chiamavano “piastrone“, o “bitullo“, o “scaccino“, impossibile saperlo. Fatto sta che il nome sandwich si impose, soppiantando ogni precedente dizione e promuovendo un nobile più ludopata che crapulone a fondatore di una nuova linea gastronomica.

Poi, dopo, nel 1925, il grandissimo poeta nazionale Gabriele D’Annunzio inventò la parola “tramezzino“, per sostituire il termine straniero e non gradito al regime (leggermente diverso, secondo Wikipedia, il succedersi dei fatti, ma la sostanza rimane quella).

Questo pomeriggio, al bar: la cameriera, rumena (pensavo fosse russa), giovane e bellina. Gli astanti: un relitto ceco, uno francese, uno spagnolo e, a parte me, un altro italiano, seppure di merda. E un cliente che sembrava normale, ma poi salta fuori che non ha i soldi per pagare la birra, e mi tocca di offrirgliela.

La soluzione, prossimamente…

Thanks (oh! so many thanks!) to Franz Penausea for the first part of this puzzle, and thanks to the Ficient for the whole idea.

Alcuni importanti studi sull’impollinazione sono stati compiuti da Sir John Lubbock, scienziato pupillo di Charles Darwin: per esempio, scoprì tramite lo studio dei fiori di due varietà di Lobelia dalla colorazione rispettivamente rossa e blu, che le api avevano una netta predilezione per i fiori dal colore blu [*]. Riflettici.

[fonte: Wikipedia]

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[*] John Williams Lubbock, Observations on Ants, Bees, and Wasps. IX. Color of Flowers as an Attraction to Bees: Experiments and Considerations thereon, J. Linn. Soc. Lond. (Zool.) 16, pp. 110–112, (1881).

Sì, Giorgio, come no…

Un amico, giocoliere ed incantatore di flauti, si interessa saltuariamente di notizie di cronaca, oltre che di misteri circondanti le antiche civiltà. Ultimamente i fatti che hanno catturato la sua attenzione sono due: la rissa tra vigili urbani e finti gladiatori al Colosseo, e le gesta di quell’Anders Behring Breivik che per certe ragioni sue l’estate scorsa ammazzò un’ottantina di persone tra Oslo e dintorni (isola di Utoya). Di quest’ultimo argomento l’amico sa tutto, e gli piace rievocare accuratamente le fasi salienti della carneficina. Sa mimare il gesto con il quale quello imbracciava il fucile, puntava, ed abbatteva, uno dopo l’altro, dei giovani norvegesi in rapida fuga. Tra incontenibili risate l’amico racconta lo sbarco sull’isola, le prime vittime incredule, le decine di corpi insanguinati sulla spiaggia, il terrore dei giovani braccati. Devo dire che l’amico sa ricreare l’atmosfera, pur con questo tono leggero e certi risolini che in linea di principio si vorrebbero banditi da discorsi del genere; ma il racconto è appassionante e non stanca mai.

Ed ora che quest’uomo particolare è sotto processo nel suo paese, è inevitabile chiedersi se la bilancia della Giustizia, quella che vede su un piatto il dolore di tante persone, non debba avere sull’altro la bonaria allegria che gli stessi avvenimenti suscitano nell’amico, durante lunghi e paciosi pomeriggi pieni di spritz e di chiacchere a vuoto. Possono le lacrime degli uni essere almeno parzialmente asciugate dalla verve umorisitca dell’amico cabarettista, dal senso di placida armonia che egli sa infondere tra i compagni d’aperitivo? Speriamo di sì.

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