amici


08.03.27  028 2

Iersera son stato su a Trento, a trovar degli amici e a ber delle birre. Il sempre bellissimo Penasa, non appena mi ha visto, mi ha detto: “Toh, ti ho portato un regalo…” e poi ha simpaticamente aggiunto “cosí magari mi fai una recensione” – io questa battuta non l’ho mica capita per niente, ma mi ha fatto tanto ridere lo stesso.

BAUL’oggetto in questione, il regalo: un parallelepipedo a base quasi quadrata, molto appiattito, diciamo un centimetro circa lo spigolo più corto, tra i dieci e i quindici centimetri i restanti; una delle due facce più grandi presenta, su sfondo blu, il disegno di una specie di tirapugni giallo all’interno di un pentagono irregolare cavo, dal bordo rosso; in alto, in caratteri tridimensionali bianchi (ma con la profondità in nero) la scritta “superbau“, però in maiuscolo; in basso, sempre in maiuscolo ma in nero, la scritta “scfaed“; sulla faccia opposta, ancora su sfondo blu elettrico, un sacco di scrittine bianche che non sono stato a decifrare, e un bollino rilucente, ologrammatico, di circa 2 x 3 centimetri, con altre scritte ancora più piccole. L’oggetto appare ricoperto di una sottile pellicola trasparente tipo cellophane, molto delicata, tanto da deteriorarsi rapidamente: già penso di aver rovinato il bellissimo regalo, quando intuisco che a rompersi è solo un involucro protettivo, destinato comunque ad essere rapidamente smaltito in appositi contenitori. Ed in effetti, rimossa la pellicola, scopro con gioia che il misterioso parallelepipedo, su cui mi sto già interrogando intensamente, si apre come fosse un libro, anzi è proprio una specie di libro.

Un libro di bellissime poesie, immagino scritte da Penasa e i suoi amici, e di fantastici disegni. I disegni (i disegni degli amici di Penasa) sono pieni di ossi, denti e altre parti del corpo, di animali coloratissimi ed indaffaratissimi, di personaggi alle prese con i problemi più disparati: raccontano una storia affascinante per quanto ermetica in molti aspetti, una storia che è sicuramente la narrazione di una vita intensa, da leggere con avidità, per divertirsi ma anche per imparare. Possiamo immaginarlo come il viaggio iniziatico di un peluche, un peluche dapprima normale, ma poi, attraverso il contatto con scienziati pazzi, prostitute a pezzi, musicisti, preti, pianeti, organi riproduttivi, esplosioni, liquidi, mentine, eccetera.

E le poesie, nate forse originariamente come didascalia per questi disegni, rimandano indubbiamente alla stessa varietà cosmogonica di base. Poesie per animi gentili, che sanno racchiudere nel breve spazio di pochi versi tutta la delicatezza di un mondo che sboccia, e che sbocciando si fa appunto poesia.

Io penso che il messaggio profondo di questo libro, dei suoi disegni e delle sue poesie, non sia altro che un invito a riscoprire la bellezza nascosta del mondo.

Ultimo dettaglio, il libro è accompagnato da un simpatico gadget, un disco musicale in cui Penasa ed i suoi amici cantano dei pezzi musicali simili a “canzoni”, probabilmente ispirati ai disegni e alle poesie; e devo dire che, contrariamente a quanto accade di solito, questo disco non è solo un inutile accessorio, anzi. Questi giovani cantano molto bene e sanno usare con sapienza i loro strumenti musicali: purtroppo il pinökel di plastica trasparente che servirebbe a mantenere agganciato il disco nella sua sede corretta era rotto, sicché non ho potuto far altro che gettare il simpatico disco nella spazzatura. Peccato, perché non era niente male.

bocia

Questo pomeriggio, al bar: la cameriera, rumena (pensavo fosse russa), giovane e bellina. Gli astanti: un relitto ceco, uno francese, uno spagnolo e, a parte me, un altro italiano, seppure di merda. E un cliente che sembrava normale, ma poi salta fuori che non ha i soldi per pagare la birra, e mi tocca di offrirgliela.

La soluzione, prossimamente…

Thanks (oh! so many thanks!) to Franz Penausea for the first part of this puzzle, and thanks to the Ficient for the whole idea.

Un amico, giocoliere ed incantatore di flauti, si interessa saltuariamente di notizie di cronaca, oltre che di misteri circondanti le antiche civiltà. Ultimamente i fatti che hanno catturato la sua attenzione sono due: la rissa tra vigili urbani e finti gladiatori al Colosseo, e le gesta di quell’Anders Behring Breivik che per certe ragioni sue l’estate scorsa ammazzò un’ottantina di persone tra Oslo e dintorni (isola di Utoya). Di quest’ultimo argomento l’amico sa tutto, e gli piace rievocare accuratamente le fasi salienti della carneficina. Sa mimare il gesto con il quale quello imbracciava il fucile, puntava, ed abbatteva, uno dopo l’altro, dei giovani norvegesi in rapida fuga. Tra incontenibili risate l’amico racconta lo sbarco sull’isola, le prime vittime incredule, le decine di corpi insanguinati sulla spiaggia, il terrore dei giovani braccati. Devo dire che l’amico sa ricreare l’atmosfera, pur con questo tono leggero e certi risolini che in linea di principio si vorrebbero banditi da discorsi del genere; ma il racconto è appassionante e non stanca mai.

Ed ora che quest’uomo particolare è sotto processo nel suo paese, è inevitabile chiedersi se la bilancia della Giustizia, quella che vede su un piatto il dolore di tante persone, non debba avere sull’altro la bonaria allegria che gli stessi avvenimenti suscitano nell’amico, durante lunghi e paciosi pomeriggi pieni di spritz e di chiacchere a vuoto. Possono le lacrime degli uni essere almeno parzialmente asciugate dalla verve umorisitca dell’amico cabarettista, dal senso di placida armonia che egli sa infondere tra i compagni d’aperitivo? Speriamo di sì.

cervelloMi sembra proprio che sia arrivato il momento di chiamare il rottamatore.

– Pronto?

– Pronto, ciao Rogelio. Sono Ruphus.

– Ciao Ruphus, come butta?

– Eh, si tira avanti. Una domanda: ma tu rottami solo macchine?

– Che, vuoi scherzare? Macchine, motorini, camioncini, sidecars, tutto. Che c’hai, un elicottero?

– No no, pensavo che magari era ora di rottamare il mio cervello. Me lo ritiri?

– Il tuo cervello? Sei matto? Ma se lo sanno tutti che è da buttare. Che ci faccio io con un cervello da buttare? Manco un paio di neuroni si riesce a recuperarci.

– Che dici, Rogelio? Ma se siamo amici, lo sai che è quasi nuovo, usato pochissimo…

– Guarda, piuttosto che pigliarmi il tuo cervello mi prendo il buco del culo di José il parrucchiere. Che magari lo riciclo come canotto. Ma col tuo cervello, dimmi tu, che ci faccio?

– Rogelio…

– Senti, piuttosto. Sono riuscito a recuperare due carburatori asimmetrici di una Simca del ’74. Che dici, ti interessano?

– Non lo so Rogelio.

– Sono ormai introvabili, lo sai.

– Magari domani passo a vederli.

– Ecco, bravo. A domani.

– Ciao Rogelio.

– Ciao.

cervezaQuando conobbi Marcos, anni fa, era grande e grosso. Ed era un grandissimo consumatore di birra e di cannoni (spinelli, sigarette piene di droga leggera, per intenderci). E in tutti questi anni Marcos non ha mai smesso di essere un grandissimo consumatore di birra e di cannoni. Poi, un paio di mesi fa, il dottore gli ha detto: “Marcos, non puoi continuare così, devi scegliere: o la birra o i cannoni” (forse non ha detto proprio “cannoni”, magari ha detto “sigarette piene di droga leggera”, ma non importa). Marcos ci ha pensato una frazione di secondo e ha risposto, con un sospiro: “Ok, via le birre, ché ai cannoni porprio non ci posso rinunciare“. E così il mio amico Marcos ha smesso di bere la birra. Se proprio è in giro di festa, magari si concede un gin-tonic o due, ma proprio in via del tutto eccezionale. Basta birra, basta alcol. Si consola con i cannoni, magari ne fuma più di prima, ma con la birra ha smesso.

E ha smesso con impegno. Adesso quando arriva al bar, per prima cosa ordina una birra piccola. Che per uno come lui, una birra piccola è proprio come non berla. Lui ha sempre bevuto birre grandi, e vederlo lì, tutto grande e grosso, con in mano una birrettina piccola di quelle che si scolano in un sorso, beh, ha ragione lui, è proprio come non berla. E siccome ha proprio smesso, per ribadire questo concetto subito dopo ordina un’altra birrettina piccola. Via anche quella, in un sorso. E poi un’altra, e un’altra, e altre due e altre tre. Solo quando si è scolato almeno una quindicina di birrettine piccole, solo allora, quando praticamente ha smesso del tutto, quando non rimane alcun dubbio sul fatto di aver proprio smesso definitivamente di bere la birra, ecco, allora, tutto soddisfatto, ordina la prima birra grande. Che dopo tutto quell’aver smesso, se la merita proprio una bella birra.

I bar della provincia di Almería, nonostante la botta iniziale, stanno cominciando a riprendersi dal grave choc provocato dalla notizia di Marcos che ha smesso di bere la birra.

roccoEcco. Ieri hanno tolto le palle al Rocco. Dice il veterinario che c’era un piccolo tumore, e poi gli faceva male, e insomma, via, tagliare. Un’oretta addormentato, e si è svegliato un po’ più leggero. Tristezza e sgomento tra le cagnette di San José. Ma fermi tutti. Giusto un attimo prima che l’imbecille di turno cominci a sghignazzare, o a fare ironie del cazzo, lasciatemi ricordare un paio di cose: 1. il summenzionato imbecille dovrà ritenersi baciato dalla fortuna se, giunto alla fine della miglior carriera sessuale che possa desiderare per sé stesso, avrà trombato la metà (o un quarto) di quello che ha trombato il Rocco; 2. sono decine e decine i cani, sparsi tra l’Italia, la Spagna e chissà dove altro, che possono orgogliosamente vantare cotanto padre; 3. il noto attore sentimentale Rocco Siffredi, che fin dagli esordi della sua gloriosa carriera si è dichiaratamente ispirato al mio cane, ha mandato un affettuoso telegramma di commossa partecipazione.

Insomma, il vecchio guerriero, quello che ha cambiato per sempre le regole della seduzione canina a San José, è andato in pensione: lo aspettano lunghe passeggiate al sole, finalmente incurante della tirannia ormonale delle femmine, partite a carte al circolo dei vecchi, tanta pace e saggezza. Ogni tanto uno dei figli manderà una cartolina dai posti più disparati del mondo, e lui tirerà fuori uno di quei sorrisi per i quali continuano a sbrodolare cagnette di tutte le taglie e di tutte le razze. James Dean, sposta il culo, che un nuovo mito è venuto a svaccarsi nell’Olimpo dei fighi di tutti i tempi.

della sua gloriosa carrieradella sua gloriosa carriera

sesso analeIl sesso anale, lungo i secoli, è stato sempre guardato con una certa perplessità, in quanto a lungo si è ritenuto che avesse troppo a che fare sia con il culo (la parte anatomica), che con i culi (gli omosessuali). Gli omosessuali a loro volta in certe epoche hanno goduto di stima e rispetto (per esempio nella Grecia classica), altre volte hanno goduto di meno, ma quando godono è innegabile che ciò avviene per mezzo del sesso anale.

Un altro fattore che secondo me contribuisce a mettere il sesso anale in una luce sinistra è che esso può comportare la comparsa di macchie marroni sul bigolo della parte attiva. Eh sì, cari amici: il sesso anale, quando se ne parla, ma assai di più quando lo si pratica, è importantissimo definire da che parte dello sfintere ci si trova, questo per evitare spiacevoli sorprese. Si possono quindi dividere i praticanti tra proctofili “passivi” e “attivi”: ognuna di queste posture ha i suoi pro e i suoi contro, facilmente intuibili, e non ci dilunghiamo. […continua…]


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pistolaEssendo il mio amico Luca per l’appunto il mio amico Luca, ho fatto uno strappo alla mia regola generale di non accettare inviti a pranzo da gente recentemente riprodottasi. Hanno fatto un figlio e l’hanno chiamato Riccardo. Ne hanno fatto un altro e l’hanno chiamato Vincenzo. “Ah, in onore della nonna” ho pensato. Ma poi mi è venuto in mente che la mamma del Luca si chiama A. più o meno da sempre. Il tarlo continuava a rodermi il cervello, finché un lampo ha illuminato la notte: la mamma del Luca si chiama A., sì, ma Alfonsi di cognome. Chiaro? No? Da Alfonsi ad Alfonsine il passo è breve; Alfonsine, località del ravennate nota per aver dato i natali al poetastro Monti, il “traduttor de’ traduttor d’Omero”. E come si chiamava il Monti di nome? Ma Vincenzo! Olè, applausi! Il cerchio si chiude ed io son contento.

Banane a parte, abbiam chiaccherato di questo e di quello, ed il Luca mi ha spiegato come mai un album così bello come Revolver dei Beatles ha avuto in sorte una copertina così brutta: tutta colpa, pare, di un ubriacone tedesco (di Amburgo). Mi son scordato di chiedergli come mai ad un album così bello avessero dato un titolo così stronzo.

revolver

Il würstel, detto anche salsicciotto, (il termine proviene dal diminutivo della parola tedesca Wurst, “insaccato”, secondo i dialetti tedeschi meridionali, laddove il termine in Hochdeutsch suonerebbe Würstchen) è una specie di insaccato fatta con carni tritate, bovine e suine, tipica della Germania e dell’Austria e, in Italia, dell’Alto Adige.

noia1. Nei bars, enigmatici cartelli invitano a provare il caffé con ginseng. Ce n’era proprio bisogno, no?

2. Avevo dimenticato la potenza devastante del riscaldamento centralizzato nei condomini trentini! Aiuto! Soffoco!

3. A forza di gallerie, le strade trentine sono state completamente rettificate in meno di vent’anni. Non più una curva. A forza di rotonde, le strade trentine si stanno completamente rotondizzando in meno di cinque anni. Non più un pezzo di strada dritta a morire. Autotrasportatori e camperisti ringraziano.

4. Il localino più bello, più allegro, più vivace (e non ci vuole poi molto) che c’è a Trento è sicuramente il Circolo dei Redicoi, Reversi e Policarpi in via S. Martino. Tutti vecchi (a parte i giovani), ma tutti con una gran voglia di festa addosso. C’era il Meo vestito da donna, che fumava di nascosto. Abbiam giuocato alla morra, finalmente, bevendo vino rosso. Se ha un senso per me un’espressione come “tornare a casa”, immagino che sia più o meno questo.

5. Giovani fanciulle vessate da un funzionario astratto cercano tra le lagrime di far entrare il loro bagaglio a mano nel ridicolo parallelepipedo di misurazione. Sono viaggiatrici RyanAir. Il funzionario mi punta, punta il mio zaino oversize, gonfio e sformato. Io sorrido, sventolo il mio biglietto Iberia e tiro dritto. Il funzionario ci rimane male, io godo. Cose belle della vita.

6. È iniziato il Festival di Sanremo, detto anche poeticamente il “festival dei fiori”. L’Italia si occupa del vestito rosso della presentatrice.

7. Negli uffici del Mart (Rovereto) si cazzeggia allegramente e ci si rimpalla l’odiesse di scrivania in scrivania. Poi qualcuno dice “l’ho firmato io“, tutti si tranquillizzano e tornano a cazzeggiare. Ignoro cosa sia l’odiesse, ma deve essere più o meno l’architrave su cui poggia l’intera struttura museale.

La veterinaria mi ha detto che ho il gatto “stressato”.

Pensavo di essere messo male, ma oggi il vicino mi ha confessato che le sue piante crescono “timide ed apprensive”.

Evidentemente viviamo in un quartiere marcato da profondo disagio sociale.

* * *

pirla

morraLa morra è un antico gioco di società trasformato dai giapponesi in una situazione altamente drammatica. Per giocare alla morra, bisogna essere in due: uno torna dal Kenia, l’altro è Frieden: ma chi, chi ha inventato la morra, e chi il Kenia? Un tavolo robusto, due braccia robuste, cagnara verso sera, alta matematica. La morra cinese, la tortura cinese, tutte fesserie.

Amo la Spagna, che è la terra in cui vivo, e ad essere più esatto dovrei dire I love the spanish Way of Life, e a voler fare le cose proprio per bene ci starebbe meglio me gusta el estilo de vida español, coño; ma dio bono, in Spagna la morra la si gioca solo dalle parti di Teruel, che è un posto perso tra le montagne d’Aragón, a un migliaio di kilometri dalla mia calda Andalucía. E per di più, ommiodio, giocano in piedi, uno di fronte all’altro, vestiti di bianco, che sembrano un vecchio film di Mr. Hulot.

Ed io, aggrappato quaggiù a quest’estremo lembo d’Europa, sono solo.

Prima, prima era diverso. C’era il Remo, c’era il Gabriele, c’erano il Penasa e gli altri che venivano a trovarmi. Giocavamo nei bar spagnoli, tiravamo delle botte pazzesche, e gli autoctoni ci guardavano straniti, imparando a dire “caterina” ma senza capire. Adesso, che mi sono anche comprato un maglione che ci starebbe benissimo per un bel torneo, il Remo sta a Madrid, il Gabriele sugli Appennini, e la moglie del Penasa sostiene che io una volta imprecisata le avrei detto degli “insulti”. Insomma mi sento come il primo abbonato al telefono, che aveva l’apparecchio ma nessuno da chiamare. Lo sapevate, vero, che in Islanda, per via di certe regole sulla formazione dei cognomi in islandese, nell’elenco del telefono la gente viene ordinata per nome e non per cognome? Giuro.

Dicono anche che la morra sia gioco di riflessi pronti, lingua veloce, vino. L’altro è tornato dal Kenia, con un metodo infallibile per vincere al lotto e con un poster di Marlon Brando, noto inventore della mafia e altre amenità.

Offresi vacanza nella solatìa Andalucía a abile giocatore di morra, preferenza per quella trentina. Offerta valida anche per coppie, ma in questo caso dovrebbero portarmi l’amico e compagno Penasa, vincendo le resistenze della di lui consorte. Non occorre portarsi il tavolo.

dinamoTu non sei depresso“, gli ho detto, “sei solo diversamente allegro“.

E poi gli ho regalato una dinamo di bicicletta, forse funzionante.

Ha sorriso, un po’.

polloStare seduti per terra; essere negri/marocchini/strani; avere in una mano un pezzo di panno verde e nell’altra una forbice; stare seduti per terra vestiti da Babbo Natale; stare appoggiati al muro in due; sporgersi; guidare l’automobile; avere i capelli molto lunghi; urlare; appoggiarsi al muro ma solo con una mano. È un breve campionario dei motivi che possono spingere i poliziotti a fermarvi e prendere giù i vostri dati, a Madrid, questo ultimo fine settimana. Io, che sono sveglio, ho osservato attentamente e mi sono astenuto da qualsiasi pratica indimostrabile, ragion per cui a me gli sbirri non mi hanno fermato. Basta passeggiare bene, secondo me; è difficile all’inizio, ma ci si abitua in fretta.

Poi ho visto il mio amico Remo, a Madrid, e la Susana e la Rosita e altri che non li dico tutti, siamo andati in giro a bere, ed è stato tutto molto bello come una volta quando eravamo giovani. Per fortuna che ci sono gli amici.

madrid