mondo


Ci rimane sempre un po’ male, il turista che al tramonto incrocia sul molo il vecchio marinaio, pipa in bocca e sguardo fisso all’orizzonte, quando gli chiede che tempo farà l’indomani, e quello, invece di annusare il vento o studiare il volo dei gabbiani, tira fuori di tasca il suo bravo smartfon e, data una rapida occhiata all’app selezionata con le dita rugose, sciorina il responso di meteo24, previsioni affidabili da qui a una settimana.

Ci rimane sempre un po’ male, il turista, ma non lo fa vedere; ringrazia veloce il vecchio marinaio e se lo lascia rapidamente alle spalle, cammina impettito sul molo, fino a perdersi tra le famiglie che cercano un ristorante autentico dove cenare.

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Un amico, giocoliere ed incantatore di flauti, si interessa saltuariamente di notizie di cronaca, oltre che di misteri circondanti le antiche civiltà. Ultimamente i fatti che hanno catturato la sua attenzione sono due: la rissa tra vigili urbani e finti gladiatori al Colosseo, e le gesta di quell’Anders Behring Breivik che per certe ragioni sue l’estate scorsa ammazzò un’ottantina di persone tra Oslo e dintorni (isola di Utoya). Di quest’ultimo argomento l’amico sa tutto, e gli piace rievocare accuratamente le fasi salienti della carneficina. Sa mimare il gesto con il quale quello imbracciava il fucile, puntava, ed abbatteva, uno dopo l’altro, dei giovani norvegesi in rapida fuga. Tra incontenibili risate l’amico racconta lo sbarco sull’isola, le prime vittime incredule, le decine di corpi insanguinati sulla spiaggia, il terrore dei giovani braccati. Devo dire che l’amico sa ricreare l’atmosfera, pur con questo tono leggero e certi risolini che in linea di principio si vorrebbero banditi da discorsi del genere; ma il racconto è appassionante e non stanca mai.

Ed ora che quest’uomo particolare è sotto processo nel suo paese, è inevitabile chiedersi se la bilancia della Giustizia, quella che vede su un piatto il dolore di tante persone, non debba avere sull’altro la bonaria allegria che gli stessi avvenimenti suscitano nell’amico, durante lunghi e paciosi pomeriggi pieni di spritz e di chiacchere a vuoto. Possono le lacrime degli uni essere almeno parzialmente asciugate dalla verve umorisitca dell’amico cabarettista, dal senso di placida armonia che egli sa infondere tra i compagni d’aperitivo? Speriamo di sì.

Dunque. A Berlino Est ci sono stato, sì, ma nel ’94, che il Muro era caduto già da un po’, e non era più la stessa cosa [*]. E i Pink Floyd anche, li ho visti, a Roma nell’88; ma Syd se ne era andato già da un pezzo, e non era più la stessa cosa… Per cui quando la Giu’ mi fa, diretta come solo lei usa: “A Ruphus, si va a Cuba quest’inverno?“, io faccio un rapido calcolo mentale (età aprossimata di Fidel + anni che passeranno prima di averne un’altra volta la possibilità così concreta) e dico: “Sì, certo!“. Questa volta non mi fregano. Ci voglio andare prima che non sia “più la stessa cosa“.

Perché Cuba?

Perché è ovvio, perché chi è stato comunista a vent’anni certe cose rimangono nel cuore; perché la Russia ci convinceva ma anche no, perché i cinesi non ci sono mai piaciuti del tutto, perché a parte gli asili-nido nel modenese, il vero esempio del socialismo riuscito, col volto solare, era sempre stato solo uno, Cuba…

Perché noi che facevamo le feste dell’Unità avevamo imparato la ricetta del vero mojito molto prima che diventasse un cocktail alla moda; perché il poster di Che Guevara lo avevamo sì in mezzo a quelli dei cantanti, ma sapevamo che non era un cantante; perché un look come quello del Che se lo sognavano pure i cantanti…

Perché la Revolución, El pueblo unido, il Che in Angola, la Baia dei Porci, il Che in Bolivia, Victor Jara, Davide contro Golia, il sorriso del Che, la guerriglia, l’orgoglio di un popolo, “el poeta eres tú“, il Che all’Onu, mito si sommava a mito e nulla pareva poterlo scalfire mai…

Nonostante il mito di Hemingway.

Perché Guantanamera, e Compay Segundo, e Cuando calienta el sol, e Ry Cooder, e Ay! Candela; e perché, soprattutto, Cuuuuba, tara-ta-taaá / quiero bailar la saaalsaaaaa, para-pa-paaá.

Perché il tenente Colombo la definì “La terra più bella che mai occhi umani videro!

Perché quando i sogni e le speranze e le utopie crollano inesorabilmente l’una dopo l’altra, più forte vien da afferrarsi a quelle che ancora resistono in piedi, in un modo o nell’altro.

Perché agli americani, solo a pensarci, gli vien di tutto.

Perché la canta Daniele Silvestri.

Nonostante l’abbia cantata Eugenio Finardi.

Perché nonostante tutto.

Perché quando qui fa freddo, perché le spiagge di Varadero, perché una vacanza ai tropici mica deve fare schifo per forza.

Perché per una volta voglio vedere con i miei occhi, prima che le cose non siano più le stesse di prima.

Ecco, fu per tutto questo, e per mille altre ragioni che a scrivere non sto, che con la Giu’, la mia migliore compagna di sbronze di sempre, ci imbarcammo a Madrid, su un volo Conviasa, destinazione La Habana, con sosta a Caracas.

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[*] L’ho già scritto altrove, ma quella che il muro di Berlino sia “caduto” è una bufala bella e buona; l’hanno buttato giù apposta, ma non lo vogliono dire apertamente per non compromettere nessuno

diamantiSudafrica! Oggi tutti hanno in bocca questa parola, ma cosa sappiamo realmente di cos’è il Sudafrica?

Secondo la moderna paleoantropologia, il Sudafrica fu probabilmente la “culla dell’umanità”; qui (soprattutto nella zona del Transvaal) si sono infatti trovati fossili di australopiteci, Homo habilis, Homo erectus e altra robaccia assortita. Molti secoli più tardi fu colonizzato da degli olandesi speciali chiamati “boeri”, gente alla buona e di poche chiacchere, dedita a coltivare la terra, le cui donne preparavano delle gustosissime caramelle di cioccolato ripiene di liquore alla ciliegia. Queste caramelle si chiamano Boeri e sono ancora oggi apprezzate in tutto il mondo.

Un fatto noto a tutti è che il Sudafrica è pieno di diamanti, ce n’è dappertutto, lì non costano praticamente un cazzo. In stagione li paghi al chilo meno che le zucchine qui da noi, e a volte li infilano nei Boeri come sorpresa, ma è una sorpresa che non piace a nessuno. E sono praticamente indistruttibili! Magari uno c’ha il cortile pieno di sacchi di diamanti e vuole disfarsene: non può nemmeno romperli. Per questo il governo sta facendo costruire degli enormi buchi sotto terra, pieni di gallerie, per buttare via questo eccesso di diamanti che non serve a niente.

Il Sudafrica, molti si ricordano che è stato a lungo flagellato dalla piaga dell’apartheid [pron. apartàid]: in pratica le persone negre, o con un nome da negro, o che portavano cappelli da negro, erano considerate “persone di serie B”, con cui non era utile perdere tempo, e a cui venivano sempre rifilati i diamanti peggiori. Questa situazione durò per un po’, finché venne abolita, ed i negri ne approfittarono subito per eleggere presidente uno dei loro, tal Nelson Mandela, un tipo sbucato fuori chissà da dove, che erano anni che non si vedeva in giro. Adesso i diamanti peggiori li danno ai bianchi, ma così è la vita: oggi tocca a me e domani a te.

Un’ultima osservazione: in Sudafrica sarà presente, per la prima volta nella storia, la nazionale di “calcio” della Nuova Zelanda, per partecipare a quelli che si annunciano come i “veri mondiali di calcio” del 2010. Il prodotto tipico della Nuova Zelanda sono i Maori, delle caramelle dolcissime ripiene di liquore alla mora. Sono un prodotto goloso ma ipercalorico: infatti se dei Maori si incontrano con dei Boeri su un autobus, avviene il diabete.

grassaDa parecchi anni ormai, puntualmente, una o due volte tra ottobre e maggio Ruphus diventa preda per qualche giorno di una tosse particolarmente violenta e fastidiosa. Da parecchi anni ormai, puntualmente, una o due volte tra ottobre e maggio si svolge il seguente siparietto tra Ruphus e il farmacista:

Ruphus: Salve. Ho una tosse molto forte e vorrei qualche cosa per calmarla. Qualcosa di potente, se possibile.

farmacista: Certamente. Si tratta di una tosse grassa o secca?

R.: Mi scusi, non ho capito la domanda. Potrebbe riformularmela in maniera più precisa?

f.: Voglio dire, la sua è una tosse, diciamo così, ecco, molto secca, o non piuttosto una tosse, come dire, magari un po’ più grassa?

R.: Ma, guardi, a me sembra proprio una tosse così, molto forte, tossisco molto. Tossire mi sembra una cosa piuttosto secca in sé, non riesco ad immaginare una tosse grassa. Cosa intende per tosse grassa?

f.: Eh, una tosse insomma, anche con espettorazioni, sa, più… più grassa, ecco. Non secca. Non una tosse così, secca. Grassa.

R.: Mi scusi ancora, non riesco a comprendere i termini della questione. Non avrebbe mica un prodotto più generale, utile sia in caso di tosse grassa che per quella secca?

f.: Certamente, ecco qua. Un cucchiaio, massimo due, ogni otto ore.

Io mi bevo lo sciroppo, dopo qualche giorno la tosse se ne va, e io resto con il grande interrogativo se la mia sia una tosse secca o grassa.

Finché, l’altro giorno, evviva evviva, mi sono svegliato con una bella tosse che non era come quella di sempre. Era grassa. Me la sentivo grassa, era evidentemente grassa, anche con espettorazioni. Ho capito in un istante che la tosse che avevo sempre avuto era una semplice tosse secca. Una tosse da stitici. Da taccagni. Una tosse da morti di fame, da squallide vecchiacce, da poveri curati di campagna; insomma, una miseria di tosse. Questa invece no, questa era una bella tosse ricca, pastosa, avvolgente, da signori, grassissima. Anche le espettorazioni, sissignore, anche quelle di colori forme e consistenze diverse, copiose ed interessanti. Sentendomi una persona nuova sono volato in farmacia e alla fatidica domanda che per anni mi aveva fatto sentire un povero deficiente, ho potuto finalmente rispondere: “Grassa, mi è venuta una tosse bella grassa“. E mi sono dilungato sui particolari: “Soprattutto la mattina, sa? Che poi verso sera la noto che si fa un po’ più secca, solo un pochino però, lei mi capisce, vero? Però si tratta sicuramente di una tosse grassa, anche con espettorazioni“. Ero fiero e raggiante. Né ha intaccato la mia felicità il fatto che il farmacista mi abbia rifilato lo stesso sciroppo dell’anno scorso: “Un cucchiaio, massimo due, ogni otto ore“, mi ha spiegato, senza sembrar condividere il mio entusiasmo. Ho sospettato che la domanda che per anni mi ha angosciato, questo perentorio “Secca o grassa?“, che sembrava essere la chiave per capire e di conseguenza lenire i miei dolori, fosse in realtà solo uno stanco rituale in cui il farmacista stesso era il primo a non credere. Mi ha fatto un po’ pena.

Io adesso sto bevendo il mio sciroppo ogni otto ore, tra qualche giorno la tosse mi abbandonerà, ma io mi sento tanto più ricco, più completo. Non si finisce mai di crescere, non si finisce mai di imparare.

alambiccoQuando eravamo piccoli, io e mia sorella potevamo vantare, tra l’invidia generale, ben sei nonni e una bisnonna. Che se ognuno di essi avesse sganciato la sua regolare “diecimila”, capace che a dodici anni già vestivo Armani e fumavo Habana, circondato da puttanoni di lusso e cocaina colombiana. E invece alcuni erano lontani e li vedevamo poco, altri cominciarono a morire presto, insomma, pur con tanti nonni a disposizione alla partenza, non crescemmo in un ambiente iper-nonnizzato; e di “diecimila”, ben poche.

La più figa di tutti era la bisnonna: questa povera contadinotta nata sul finire dell’Ottocento in mezzo ad una dozzina abbondante di fratelli e sorelle, con la sua terza elementare, di cui andava ben fiera, aveva traversato l’oceano in bastimento per emigrare in ‘merica, come si faceva allora. Altro che “mi faccio un fine settimana da sballo a Londra, o a Goa“. E laggiù in America, addirittura nel Massachusetts, la mia bisnonna lavorava in fabbrica e distillava il whisky. Quando era illegale sia farlo che berlo. Ma per minimizzare i rischi vendeva il prodotto direttamente agli sbirri. Era fatta così. E sempre da quelle parti conobbe il grande Enrico Caruso, che anzi passava a casa sua a trovarla e a mangiare il lardo, che gli faceva bene alla voce, diceva.

Uno che invece non volle lasciar pranzare in casa sua fu Sua Eminenza il Cavalier Benito Mussolini, di tournee sul lago di Garda a cercar fedi per la patria. La bisnonna, che nel frattempo, tornata dall’America, aveva montato in paese una locanda col bisnonno, disse che lei, eminenza o non eminenza, a uno così non gli dava da mangiare. Il capoccione, visto il caratteraccio, dovette ripiegare ed andò a mangiare da un’altra parte.

Poco dopo, sul finire degli anni ’50, quando dagli States cominciava a sbarcare la modernità, la bisnonna entrò in età pensionabile e si appassionò un sacco alla santa messa in TV: uno dei pochissimi frutti del progresso che  riuscì ad apprezzare davvero. Passarono i Kennedy, il papa buono, l’uomo sulla luna; al bisnonno prima amputarono una gamba, poi morì. E passarono le Brigate Rosse, vincemmo un mundial grazie ad un allenatore con la pipa, Renzo Arbore portava il made in Italy ai parenti americani, e la mia bisnonna, tutte le domeniche metteva il primo canale, che c’era la messa in diretta. Ecco, la messa e Furia cavallo del west, questi ricordo che erano i suoi programmi in assoluto preferiti. Morì contenta, credo; che lei sì l’aveva fatto il Novecento, altro che Bertolucci.

L’altro giorno, con la morte dell’ultima nonna avanzata, è finito un altro pezzetto di qualche cosa.

bastimento

birbaPss, non lo dite a nessuno. Un piccolo segreto. Non posso farci niente. Mi dà un gusto speciale, godo come una vaporiera, quando questa signorina gentile si raccomanda che allacciamo le cinture di sicurezza, e che le manteniamo allacciate almeno durante le fasi di decollo e atterraggio. Io, ovviamente, non allaccio un bel niente, mi sistemo in grembo una maglia o qualcosa e poi quando la signorina passa a controllare, le sorrido beato. E poi, ma che resti davvero tra noi, che non si sa mai, se mi sento particolarmente birichino mi piace anche di lasciare acceso il cellulare durante tutto il volo. Ops! Questo forse non dovevo dirlo? Ma sono fatto così, una vera birba. E poi mi piace da matti quando la signorina mi scopre e mi fa così col dito, come faceva la maestra quando la combinavo un po’ grossa.

Ti fa così col dito, la maestra, ma intanto ti sorride, per farti capire che è arrabbiata, sì, ma non troppo. Che ti vuole ancor bene. Che sarà ancora lieta di averti a bordo. Che spera tanto tu scelga ancora questa compagnia per i tuoi prossimi voli. Io le adoro, queste signorine carine degli aeroplani. E come la maestra, che a distanza di tanti anni si ricorda ancora di tutti i bimbetti che le sono passati per le mani, e potrebbe fare a memoria l’appello di una classe di quarant’anni prima, allo stesso modo mi piace pensare che queste signorine conservino per ognuno di noi passeggeri, anche per quelli più birbanti, un angolino in fondo al loro cuore; e che potrebbero di ognuno ricordare il numero di volo, e forse anche quello della poltrona, e l’aeroporto di destinazione. E che a quel giovanotto timido della terza fila piaceva tanto la ragazzina carina che guardava fuori dal finestrino. Stop.

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