dicembre 2009


lassieGioia e gaudio, sursum corda, alziamo i calici, che Ruphus non ha deluso le attese. Tutti voi, frementi in attesa di sapere quale sarebbe stato il fantastico regalo di natale di questo effervescente blog, che vi aspettavate al massimo un bel post a tema, magari dissacrante o filosofico o alternativo, ebbene tutti voi gioite, rallegratevi e felicitatevi, che Ruphus non vi regala niente meno che un nuovo blog, nato giusto ieri 25 dicembre come altra gente poi diventata famosissima. Signore e signori, ecco a voi l’omino uscito dall’ano di berlusconi, un microblog che vi farà compagnia ogni giorno dell’anno, un nuovo piccolo amico con cui scherzare, confidarsi e, perché no, ritrovare un sorriso che si credeva perduto.

Un limpido giorno di fine dicembre, stavo passeggiando per Roma badando più che altro ai casi miei, quando, giunto nei pressi dei Fori Imperiali, notai qualcosa di strano: ero giusto all’altezza dell’ano di berlusconi e vidi spuntare, tra le pieghe dell’importante sfintere, prima un braccino, che si agitava nel vuoto, incapace ad afferrarsi ad alcunché; e poco dopo, con visibile sforzo, seguire al braccino una testina, un altro braccino, insomma, tutt’un omino che, sfuggito ormai alla morsa rettale, si lasciò cadere sul marciapiedi, giusto davanti a me. L’omino si guarda intorno, visibilmente stupito del posto dove è capitato, lo spaventano le macchine e il frastuono, e decide infine di fidarsi di me, unico essere vivente che si è accorto della sua venuta in questo mondo. Un po’ a gesti, un po’ soffiando e squittendo come un cartone animato degli anni ‘70, mi fa capire di aver bisogno di qualcuno che diffonda il suo messaggio. Per questo è nato il presente blog, per dare voce a questo povero omino ed aiutarlo ad entrare nella nostra grande famiglia umana. Il resto, tutto il resto, ce lo dirà lui…

[dalla presentazione de l’omino uscito dall’ano di berlusconi]

Che dire, che aggiungere, che possiamo farci? Ruphus vi ha regalato un amico, chi trova un amico trova un tesoro, l’occasione fa l’Uomo Ragno, buone cose a tutti, per le classifiche di fine anno a tra pochi giorni.

polloStare seduti per terra; essere negri/marocchini/strani; avere in una mano un pezzo di panno verde e nell’altra una forbice; stare seduti per terra vestiti da Babbo Natale; stare appoggiati al muro in due; sporgersi; guidare l’automobile; avere i capelli molto lunghi; urlare; appoggiarsi al muro ma solo con una mano. È un breve campionario dei motivi che possono spingere i poliziotti a fermarvi e prendere giù i vostri dati, a Madrid, questo ultimo fine settimana. Io, che sono sveglio, ho osservato attentamente e mi sono astenuto da qualsiasi pratica indimostrabile, ragion per cui a me gli sbirri non mi hanno fermato. Basta passeggiare bene, secondo me; è difficile all’inizio, ma ci si abitua in fretta.

Poi ho visto il mio amico Remo, a Madrid, e la Susana e la Rosita e altri che non li dico tutti, siamo andati in giro a bere, ed è stato tutto molto bello come una volta quando eravamo giovani. Per fortuna che ci sono gli amici.

madrid

quadro rosa

Questo quadro mi è stato donato dall’autore, il poeta e pittore viterbese Giulio Nocera. È stato subdolamente introdotto in casa mia con la banale scusa di un regalo di compleanno (ma che bella sorpresa!).

Il quadro non è brutto (dipende se ti piace o no), ed in generale non sono preconcettamente contrario ai regali alla mia persona. Ma vorrei qui fare alcune osservazioni: 1. non sono ghei e non mi è mai piaciuto il rosa; 2. secondo me il quadro sta meglio in orizzontale che in verticale, come insiste l’autore, il ballerino e maniscalco Giulio Nocera; 3. se fai un regalo, cerca almeno di farlo bene. Spiego il punto tre: 3a. il quadro è fatto malissimo, a cominciare dal rosa che è dato alla cazzo, si vedono tutte le strisciate; 3b. sotto il rosa si vedono un sacco di scarabocchi fatti a matita; 3c. Giulio, non hai pitturato i bordi. Spiego questo punto: a me i quadri mi piacciono dipinti anche sul bordo, lo spessore insomma; se ne commissiono uno, lo specifico subito, ed il fatto che questo quadro fosse gratis secondo me non cambia la questione. Ho detto all’autore, il commediografo e alpinista Giulio Nocera “per piacere, giacché debbo accettare codesto tuo regalo, almeno dipingimi i bordi” e chiunque avrebbe capito che intendevo che li volevo dipinti di rosa. E invece cosa fa il cuoco e maître à penser Giulio Nocera? Me li dipinge di nero. Ma non tutti, solo due perché poi non aveva più tempo perché doveva andare a lisciare una porta perché sennò c’era una che ci rimetteva la caparra dell’affitto perché erano stati i suoi cani a graffiare la porta, non suoi di Giulio ma della tipa, i cani, la porta del padrone di casa. Insomma rimango con un quadro rosa, con mezzi bordi neri e mezzi bianchi: un’arlecchinata pazzesca.

anelloPer amor di verità debbo anche riconoscere che l’orafo e commentatore meteo Giulio Nocera, oltre a suonare pregevolmente il flauto, mi regalò tempo addietro anche un bellissimo anello d’argento fatto da lui, su cui non ho nulla da ridire. Bravo Giulio.

Artisti poliedrici all’alba dell’età adulta.

...Questa mattina abbiamo ricevuto la visita di una persona sgradevole, ehm, volevo dire sgradita. Ad ogni modo ha aperto la Sarlavia, che io ero chiuso al cesso con una Settimana Enigmistica nuova di zecca. Per cui ecco come si è svolta la conversazione, così come dalla Sarlavia stessa riferitami:

Sarlavia: Ciao.

Persona Sgradita: Ciao, cercavo Ruphus.

S.: Alle dieci di mattina? Noi ci siamo appena alzati.

PS: Ma se sono le undici e mezza…

S.: Ah sì? Beh, comunque Ruphus in questo momento sta cagando.

PS: Ah! Ma era solo per chiedergli se mi lasciava connettermi all’internet un momento, sai, l’internet café è chiuso…

S.: Ma guarda, Ruphus dopo cagato di solito legge il giornale, per cui fa’ una cosa: fatti un giretto per il paese, che magari dopo ci si becca e vediamo…

PS: Ah, grazie…

S.: Di niente, ciao.

Quando poi la Sarlavia, cacciata la spaccaballe, è venuta a raccontarmi il suo eroico gesto a protezione della mia tranquillità, ho sentito di volerci proprio tanto bene.

litfiba

– Sì, pronto?

– Pronto, Ghigo, sei te? So’ Piero!

– Piero? che Piero? Ah, scusa, cazzo! Non me l’aspettavo… che? come butta?

– Butta bene, alla grande, ‘ome sempre! C’ho avuto un’idea, c’ho avuto, che se te la dìo ‘un ci ‘redi nemmeno. ‘ndovina ‘n po’? ‘un c’arrivi? Ma vvia, si rifondano i Litfiba, dio bonino, ‘he so’ trent’anni giusti giusti, si torna on the roadde, ‘ome una volta. ‘he ti sembra? si fa? eh?

– Piero, calma un attimino, eh… a parte che non ci parliamo da diec’anni, ma che sei matto?

– O Ghigo, ‘un ti riòrdi ‘uanta fìa s’aveva attorno?

– Sì, Piero, certo, ma vedi…

– O Ghigo, ‘he ti succede? ‘un ce penzi mai a ‘uegl’anni, s’era i migliori, s’era; artro ‘he i Neramaro, i ‘anadians

– Piero, ao’, ti vuoi calmare? che ti succede a te? c’è qualche problema?

– Problema? te tu sei matto! Ma ‘uando mai…

– E quindi?

– O Ghigo… a te te lo posso di’… butta mìa tanto bene, sa’? Te lo devo di’, ‘un ce la fo più. So’ finito… ma te tu lo sai ‘he m’è successo giusto ieri? Me stavo a ‘ncrocia’ du’ belle figliole, proprimmezzo a Ponte Vecchio, e siccome te tu lo sai ‘ome so’ fatto, me so’ provato a piglia’ ‘n po’ di portamento fiero, te lo riòrdi ‘ome si faceva noi pe’ acchiappa’… e ‘uelle, nulla, ‘un mi ‘acano punto, e mentre passeno sento una ‘he li dice a ‘uell’artra: “Te tu l’ha’ visto ‘uel bischero? ‘he è l’imitazione di Piero Pelù?“, e l’artra ‘he ci risponde: “Piero Pelù ‘hi? ‘uello dei Pooh?“.

– Piero…

E c’ha raggione i’ mi’ agente, ‘he dice ‘he piglio dippiù a fa’ lle serate ‘n discotea ‘ome sosia di me stesso… Ghigo, amìo mio di tutta la vita, ‘un ce la fo più! Penza, si riomicia tutto daccapo, si torna grandi…

– Piero, io c’ho mal di schiena, non lo so se reggo ancora certi ritmi…

– Ghighino bello, dimmi di sì, ‘ome ‘na volta… io solo se ci penzo, mi viene dentro tutt’un’energia, una forza…

– Piero, non so cosa dire, mi confondi… potremmo provare, ecco, con un disco, e magari quattro date, tanto per vedere…

– E io lo sapevo ‘he i’ mi’ Ghighino bellino alla fine diceva di sì. O Ghigo, monta la batteria, ‘he ‘n cinque minuti sono da te.

– Piero, io suono la chitarra.

– Eh? Sì, si, ‘ome tu vuoi. Volo…

amici

infeltrito

infeltrito

Innanzitutto. Innanzitutto un doveroso “grazie“, di cuore, col cuore, con gli occhi gonfi di sonno, per tutto quello che Giovanni Lindo Ferretti ci ha regalato dato in tanti anni di onorata carriera artistica. E anche un doverosissimoprego“, giusto così, per gli svariati biglietti da mille (lire), e da dieci (euri), che hanno fatto cambio di residenza dalle nostre tasche a quelle di lui Giovanni Lindo.

Ma la questione è un’altra. Ha a che fare con la “conversione” di quest’uomo che, ormai da tre anni, fa una (non richiesta) professione di fede e di adesione alla chiesa cattolica, al suo Benedetto leader, e pure, politicamente, alla destra italica e berlusconica, anti-abortista e neo-concordataria, il tutto con il patrocinio dell’Alto Commissario ai Voltagabbana Giuliano Ferrara. Il tempo trascorso gli ha sicuramente permesso di riempire camion e camion e camion di insulti stercolari, risolini di compassione, scuoter di testoni, e anche qualche entusiastico interessato “finalmente“. Inutile caricare ancora, non ora, non qui.

Vogliamo qui invece dar conto di un dibattito altro, che da tale vicenda ha preso spunto e sugo: se sia da reputar dannoso il consumo di droga in sé, o non sia piuttosto nella rinuncia alla medesima la causa prima di tanta follia. Vi è chi propende per la prima ipotesi, teorizzando danni celebrali andatisi accumulando nel corso degli anni, ed ascrivibili all’assunzione di svariate e smodate sostanze tossiche; e chi invece va sottolineando la congiunzione temporale tra l’entrata nel “tunnel della non-droga” e l’esplicitarsi della sua nuova teosofia, fino a dedurne una correlazione di causa-effetto. Mauro, Chiara, Giulio e il suo amico immaginario fieri alfieri della prima, e Mirka, Sandro, Ginevra e la sua amica pelosa gagliardi stendardi della seconda. Non c’è modo di venirne a capo.

Per questo, e solo per questo, ma anche per testare una nuova inutility di questo blog, lanciamo il sondaggio sottostante.

Una volta raccolto un campione di mille voti, stamperemo il risultato su una lunga striscia di carta, che poi arrotoleremo attorno ad un cilindro di cartone marroncino ed introdurremo di nascosto all’interno di una mega confezione di papel higiénico (marca Eco Planet) nel supermercato Carrefour di Almería. Per questo, e solo per questo, ma anche per altri futili motivi, vi invitiamo a votare massicciamente.

A Giovanni Lindo, forza e coraggio: l’è dura, ma passerà.

scherzano

si scherzano

L’aveva detto, Ruphus, su questo blog e su Politiculo: si parlava di una possibile tresca tra Michelle Obama e Bruce Springsteen, e della possibile reazione del di lei consorte; scrissimo: “[…] sicuramente Obama non se la prenderebbe, non avrebbe scatti d’ira inconsulti. Parlerebbe con tutti, manderebbe altri soldati in Afghanistan, farebbe fare la pace tra Israele e quegli altri, insomma si attiverebbe un casino per la pace nel mondo […]“.

Orbene, sul fatto di mandare altri soldati in Afghanistan, mi pare che ne siano in partenza un 30.000, morituro più, morituro meno. Sul fatto di non prendersela, una notiziola in Italia praticamente censurata, ma apparsa in bella evidenza per esempio sulla stampa spagnola. Risulta dunque che Obama è andato al Kennedy Center, a premiare di persona degli artisti, tra cui Robert “You talkin’ to me?” De Niro e qualche altra vecchia scoreggia. Tra i premiati, c’era anche, guarda la casualità, Bruce Springsteen. Ecco; Obama poteva dargli la sua medaglia, stringergli la mano, e via, subito a Washington a governare. Invece no; lui c’ha tenuto a far vedere che non è incazzato; ha persino scherzato con il vecchio rocker, dicendogli: “I’m the President, but you’re the Boss!“. Ha ha ha, ha ha ha, gli ha fatto una battuta, niente di speciale, è vero, ma l’ha detta solo sdrammatizzare un po’, come piace fare a lui. Signori, che stile.

Tra i premiati c’era anche una vecchia cicciona, cantante lirica o roba del genere. I giornali non lo riportano, ma sono sicuro che Obama ha avuto delle parole di incoraggiamento anche per ‘sta qua. “Su con la vita” le avrà detto, o qualcosa del genere, perché lui è fatto così.

felix lalùFelix Lalù è un personaggio che ha iniziato a girare per Trento quando io avevo ormai smesso. Per cui non ci siamo mai conosciuti, e forse è un peccato, ma alternative non ne vedo. Mi fossi fermato a in Trentino forse avrei conosciuto Felix Lalù, ma mi sarei perso di dormire in spiaggia intere estati. Oppure avrebbe potuto Felix Lalù iniziare prima a girare per Trento, per conoscere me, ma magari sarebbe stato poco più che un quindicenne, e mi avrebbe fatto un po’ schifo. Insomma, tanti giri di parole solo per dire che 1. ho sempre pensato che fare un’intervista fosse una cazzata, basta fare delle domande; 2. non la penso più così.

Dobbiamo quindi prima conoscerci, rompere il ghiaccio, perché io personalmente di Felix Lalù so solo quello che butta nei suoi blogz e nelle sue canzoni.

Ruphus: Felix Lalù e la Piccola Orchestra Felix Lalù sono la stessa cosa? O la Piccola Orchestra Felix Lalù è Felix Lalù con qualcos’altro? Cosa?

Felix Lalù: Partendo dal presupposto che sei quel che fai no? Allora La Piccola Orchestra Felix Lalù è un gruppo fatto di una persona più altri due che ci sono ma non proprio nel vero senso della parola: questi due sono Miroslav Fagocevic al contrabbasso e Florian Egger alla fisarmonica. Poi alle volte si aggiungono altri musicisti. Quest’anno sono stati una sessantina. Non tutti la stessa volta. Felix Lalù invece è solo quello che scrive sul blog e che una volta faceva anche delle cose con l’arte e le mostre finchè le mostre non gli hanno rotto il cazzo e allora più o meno basta ma in realtà è colpa che non c’ha tempo. Poi c’è La Ostia – Registrazioni Artigianali che è quella che fa i video e che anche produce La Piccola Orchestra Felix Lalù. Esiste un rapporto di amicizia e puranche di mutua sopportazione tra queste persone che fanno cose. A volte le confondono, ma se le confondono di solito si offendono e allora sguinzagliano i cani affamati e addestrati a mordere le parti infime blablabla.

ostiaR.: Felix Lalù fa un sacco di cose: se vai sul suo blog, vedi che ha in programma concerti da qui al marzo a venire; ha scritto un libro, o almeno mezzo; organizza cose; ha un sacco di idee e le mette in pratica. Ovvero sembra una persona costantemente ossessionata dal “fare”. Cosa ti spinge a tanto attivismo? L’insoddisfazione per lo stato di cose presente o una voglia di autoaffermazione quasi superomistica?

F.L.: Oh, no, niente affermazione, anche se il superuomo di Nice è un bell’esempio cui aspirare volendo per forza aspirare a qualcosa. Se volessi affermarmi imparerei a fare qualcosa bene e farei solo quello no? Invece di star li a far di tutto senza sapere fare un cazzo a volte è frustrante, fa molto Quijote. Qui in Trentino lo chiamano “bon temp“, è il tempo del non lavoro, il tempo in cui fai che cazzo vuoi. Mi piace far che cazzo voglio.

R.: Parliamo di droghe. Legali, ovviamente. Fumi? Che marca? Quante?

F.L.: Niente, solo quando sono ubriaco e solo tabacco. Le sigarette son schife proprio.

R.: Parliamo di droghe. Legali. Cosa bevi? Quanto?

F.L.: Mi piace il rosso. E anche il resto.

grappaR.: Parliamo di droghe. Illegali. Metti per esempio che vai in casa di uno e ti offrono una grappetta, di quella che “la fa mio zio, di strabauz“: come ti comporti? Attento a come rispondi: se accetti il grappino puoi essere accusato di ricettazione; se te lo bevi, di distruzione della prova di un reato; se poi dici “mmm, che buona“, è apologia di reato; se dai qualche consiglio tipo “potresti aromatizzarla con un po’ di rucola“, e l’anno dopo fanno la grappa come hai detto tu, beh, concorso quanto meno esterno in associazione a delinquere non te lo leva nessuno. Quindi?

F.L.: Se vieni a casa mia c’è quella che fa mio padre più tutte le erbe che ci vuoi mettere. Mai comprato grappa in vita mia, e quella al bar è sempre un po’ slavata.

R.: Parliamo di musica. C’è una canzone di Felix Lalù che mi piace una spanna sopra le altre. Si tratta di Le Lu La Lu. L’ho ascoltata migliaia di volte, e continua a sorprendermi. Soprattutto quando inizia così, all’improvviso, magari con lo stereo spento. Qual’è il segreto di questa canzone?

F.L.: Il ritornello è rubato a una canzone dei International Noise Conspiracy, il gruppo nuovo del cantante dei Refused. Solo quel pezzo in realtà probabilmente è una spalla sopra le altre perché è l’unica con un testo che non è un elenco.

R.: Chi è la Nia de los Gorgojillos?

F.L.: È la mia compagna d’appartamento, canta solo per me perché si vergogna.

R.: Saresti capace di scrivere un’altra canzone altrettanto bella e coinvolgente? Se si, cosa aspetti?

F.L.: Beh, questa è semplice. Aspetto l’aspirazione.

R.: Parliamo di musica. Parliamone (risposta libera)

F.L.: La musica è fica, ma non bisogna star lì tanto a menarsela sulla musica. Meglio farla che parlarne. È come quando racconti al tuo amico di quando ti sei fatto quella, in confronto a quando invece te la sei fatta davvero. Non c’è paragone.

bastarockR.: Parliamo di libri. Tu ne hai scritto uno, o almeno mezzo. Non sono corso a comprarlo perché, verosimilmente, la prima libreria che immagino possa averlo a disposizione si trova a circa chilometri duemila dal mio domicilio abituale. E poi, perché nasconderlo, sto aspettando il giorno in cui saranno le case editrici a mandarmi, gratix, i loro prodotti, affinché io ne parli bene. Per cui parlaci un po’ tu di Bastarock. L’underground dei Bastard Sons of Dioniso. Prova a farci sentire come se il libro lo avessimo già letto, cioè migliori di prima.

F.L.: Bella questa. La gente vede i gruppi suonare nel momento in cui suonano. Da qualche anno vede i MySpace, sentono la musica, vedono i video, bene. Poi leggono le biografie in cui di solito il gruppo racconta in che anno è nato, quali sono i componenti, quanti concorsi hanno vinto, quanti dischi hanno pubblicato, a che gruppone hanno aperto alle quattro del pomeriggio. Ecco nel libro non ci sono tutte queste cagate che si trovano già li e che, obiettivamente, non gliene frega un cazzo a nessuno. C’è una cosa che la gente non vede. È il lavoro che c’è dietro a inventarsi un nome, a cercare la gente con cui suonare, a inventarsi una canzone, a darle una forma con altra gente, altri musicisti che hanno tutti gusti diversi (si spera). Ma anche a trovarsi una sala prove, a caricare e scaricare e poi ad andare in giro a far concerti. Perchè poi lì entri in contatto con una fauna di manzi beoni e gente assurda che fa musica o la va ad ascoltare. La gente non sa cosa vuol dire suonare in giro come facciamo noi. Magari è una cagata, ma è divertente. Ecco, nel libro ci sono queste cose qui. Ah, il libro è questo.

R.: Parliamo di musica. Trentino, terra che rima con vino, certo, ma anche culla di alcuni progetti “laterali” di grandissima levatura. Ho detto “laterali” per dire una cosa che un classificatore di dischi molto pigro potrebbe etichettare come “demenziale”, ma tu ed io sappiamo benissimo quanto questo vocabolo sia restrittivo e castrante. Stiamo parlando dei Capelli di Cesare Ragazzi, stiamo parlando dei The Ficient, dei Supercani e, ovviamente, di Felix Lalù. Qualcosa che va cioè ben oltre il “demenziale”, nato in una terra famosa al mondo unicamente per il suo concilio (concilio che tra l’altro è stato uno dei maggiori assembramenti di puttane dell’era pre-televisiva). I Capelli di Cesare Ragazzi, al pari di Platone, non hanno lasciato traccia documentale ufficiale della loro attività: tu sei in possesso di qualche nastro-pirata sopravissuto all’oblìo dei tempi? me lo passeresti?

F.L.: Se c’è una cosa di cui mi posso beare nella vita è quella di aver salvato dall’oblio I Capelli di Cesare Ragazzi. Quando ho cominciato a frequentare i Supercani, dei geni a cui devo quasi tutto quello che so fare ora, si parlava dei Capelli, ma Gianluchi era restio, sai, lui le cose passate le mette via. Boris mi ha passato le cassettine e sono state una folgorazione. Le so a memoria. Mi son messo li e ho digitalizzato pezzo per pezzo tutte le cassettine. Se vuoi te li mando. I Capelli di Cesare Ragazzi per me sono stati importanti quanto i Rage Against the Machine. Una roba del genere dovrebbe essere insegnata nelle scuole, altro che balle.

R.: Parlaci del tuo ultimo disco / del tuo prossimo disco (a scelta)

F.L.: L’ultimo lo scarichi gratuitamente da qui, c’è poco da dire ma molto da ascoltare. Qui c’è anche lo spot. Il prossimo sarà sicuramente più rock, ma forse anche no.I pezzi nuovi ci sono, basta prendersi il tempo per registrarlo.

R.: Bestemmi?

F.L.: Volentieri.

R.: In privato o anche in pubblico?

F.L.: Anche in pubblico ma poi mi vergogno.

R.: Sei di quelli che preferiscono dire Porcozio o Porcodue?

F.L.: Che gusto c’è? Al massimo Ostia. Quello tanto. Ultimamente ho in voga DioPorcoDio ma in adolescenza col mio socio Roberto passavamo le ore aspetttando che ci raccattassero in autostop inventandoci bestemmie. Tra le migliori: Dio violentatore di negretti, Dio scandinavo, Dio narcotrafficante, Dio nudo in una valle di gay. Poi, come dice il mio socio, “dio è come il nero, sta bene con tutto“. Dio sbadila merda mi sa che esisteva già, ma pensavamo di averla inventata noi. Beata gioventù.

R.: Già. A me piaceva, a suo tempo, pensare di aver inventato Dio straripa merda, e magari l’avevo proprio inventato io. Ha un futuro Felix Lalù? Quale?

F.L.: Ha un presente per il momento. Non è che sto lì a dirti No Future, però in fondo chi se ne incula. Va dove ti porta il clito (cit.)

R.: Cosa ne pensi dei Canadians?

F.L.: Bah, boh. A me i gruppi mezzi acustici mi son sempre sembrati un po’ pacco. Me compreso.

R.: Ciao e grazie.

F.L.: Oh, grazie, la mejo intervista che mi abbiano mai fatto.

Da quando vivo in Spagna, ho notato che a molti spagnoli piace iniziare una conversazione con un italiano con una domanda del genere: “Secondo te, quali sono le principali differenze tra noi spagnoli e voi italiani?“. Spesso il soggetto domandante è una ragazza carina, status sociale e culturale medio-alto, spesso di Madrid, orientamento progressista, alto livello di auto-consapevolezza e coscienza critica. Inizialmente provavo a sfangarla con i peggio stereotipi su cottura spaghetti al dente, cinema italiano vs. cinema spagnolo, tendenze socio-culturali, Berlusconi vs. Zapatero, e bla bla bla. Ho provato anche con cose tipo “beh, a noi italiani piace ogni tanto vincere un mondiale di calcio, agli spagnoli mica tanto“, ironia spesso sprecata. In genere, qualunque fosse la mia risposta, soprattutto se il domandante appartenteneva alla macro-categoria sopra descritta, e che potremmo anche definire come “fighette progressiste“, immediatamente la conversazione finiva per buttare su maschilismo, femminismo e ulteriore bla bla bla, su cui non voglio ora polemizzare, ma che mi annoia moltissimo.

Adesso, a fronte della solita domanda, rispondo immancabilmente: “La differenza più grande che ho notato tra spagnoli e italiani è che i primi si chiedono spesso quale sia la differenza principale tra spagnoli e italiani, e i secondi di solito se ne fregano“. Risposta che serve in nove casi su dieci a troncare la neonata conversazione e che ha ridotto drasticamente il numero di amici e/o amiche che posso contare nella categoria “fighette progressiste”. Ma così è la vita, ed è inutile farne un dramma.

È un giorno un po’ così. Ogni tanto è bello fregarsene anche di qualcosa o di molte cose, e quindi mollo qui una bellissima poesia di Folco Maraini che girando qua e là mi è tornata in mente:

Il giorno ad urlapicchio

Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dagro e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plòdigan sul mondo infrangelluto,

ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzìllano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;

è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è il giorno a cantilegi, a urlapicchio
in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.

E ringrazio questo blog per avermela ricordata.

è un giorno un po' così