febbraio 2010


sesso analeIl sesso anale, lungo i secoli, è stato sempre guardato con una certa perplessità, in quanto a lungo si è ritenuto che avesse troppo a che fare sia con il culo (la parte anatomica), che con i culi (gli omosessuali). Gli omosessuali a loro volta in certe epoche hanno goduto di stima e rispetto (per esempio nella Grecia classica), altre volte hanno goduto di meno, ma quando godono è innegabile che ciò avviene per mezzo del sesso anale.

Un altro fattore che secondo me contribuisce a mettere il sesso anale in una luce sinistra è che esso può comportare la comparsa di macchie marroni sul bigolo della parte attiva. Eh sì, cari amici: il sesso anale, quando se ne parla, ma assai di più quando lo si pratica, è importantissimo definire da che parte dello sfintere ci si trova, questo per evitare spiacevoli sorprese. Si possono quindi dividere i praticanti tra proctofili “passivi” e “attivi”: ognuna di queste posture ha i suoi pro e i suoi contro, facilmente intuibili, e non ci dilunghiamo. […continua…]


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droga e puttaneLa Spagna, dai tempi del generalissimo Franco, ha fatto passi da gigante. Ma il futuro non è arrivato ovunque con la stessa intensità. Mentre a Madrid si inaugurano grattacieli su grattacieli e i treni ad alta velocità cominciano a sbuffare su e giù per la penisola iberica, nel paesello andaluso che mi ha accolto (San José, Almería) passato e modernità si intrecciano in un pittoresco intarsio di tradizioni tuttora ben radicate e nuove usanze che faticatno ad aprirsi il passo.

Da quando, una ventina d’anni fa, fu installata la prima linea telefonica presso il bar-ristorante El Emigrante, progressi ne sono stati fatti: nel frattempo sono arrivati l’internet, con tutta la sua banda larga; il servizio bagnini in estate; due edicole con riviste nazionali ed internazionali (compresa la Settimana Enigmistica) e le cartine OCB e Smoking; l’illuminazione pubblica anche notturna; autocorriere tutti i giorni da e verso il capoluogo; due banche e tre bancomats; ed un lungo eccetera di ammodernamenti che rendono la vita più comoda ed al passo con i tempi. Da qualche giorno addirittura dicono che sia arrivata l’acqua potabile dai rubinetti, ma comunicazioni dal comune non ne vengono, e l’autobotte continua a riempir taniche tutte le mattine, alle 11 nel posteggio municipale. Sembra Beirut, ma con più allegria.

posteE molto ancora resta da fare: le poste per esempio. La postina non riesce a starci dietro al lavoro, e molla la posta un po’ dove capita. Soprattutto se legge un cognome straniero, sia esso inglese, italiano o russo, abbandona la lettera nel primo posto che le sembra adeguato. La gente s’arrabbia perché non ha ancora capito che le cose funzionano cosí. Io, invece, non mi arrabbio. Un’altra cosa che ancora è lasciata un po’ allo sbando è l’approvigionamento di droghe illegali. D’estate, quando arrivano un sacco di turisti che giustamente hanno voglia di svagarsi, di solito c’è qualche italiano che si improvvisa spacciatore, ma così, in modo amatoriale, senza la professionalità che la situazione richiederebbe. Spesso mancano droghe anche importanti, o quando ci sono la qualità è quella che è. E ancora una volta la gente s’arrabbia. Io no: osservo e ridacchio. Per non parlare della situazione in inverno: lo spaccio al dettaglio rimane appannaggio dei ragazzini, con i risultati che possiamo immaginare. La gente s’arrabbia, protesta, ma sono proteste sterili, non costruttive; nessuno si organizza per mettere in piedi un servizio decente.

E la prostituzione? Qualche anno fa era giunto in paese un signore italiano, con una pancia enorme. Lui aveva i contatti giusti, aveva chi gli portava le ragazze, non so se dall’est o dal Sudamerica, insomma voleva mettere su un bel club (come qui chiamano i bordelli), aveva già trovato il posto. E invece niente, viene la Guardia Civil e gli dice che no, che non si può fare, che questo è un posto turistico. Come se i turisti non andassero a puttane, ma guarda un po’. Adesso questo signore non si sa dove sia finito, sicuramente avrà trovato un posto più accogliente per piantare i propri affari, e qui in paese ci sono solo un paio di marocchine che esercitano; a beneficio solo dei marocchini, credo, perché sono ben brutte e per poco che possano costare, beh…

Un’altra cosa in cui San José è carente è la distribuzione gratuita dei sacchetti per raccogliere le merde dei cani, che in Trentino c’è ormai da molti anni. La gente pesta le cacche, ma non protesta più di tanto perché non sa nemmeno che si tratta di una cosa da arretrati.

lapo elkannLa gente che non è vissuta allora non lo crederà, ma già allora, e non soltanto adesso, i tempi procedevano alla velocità di un cammello. Non si sapeva però in quale direzione. Ed era difficile distinguere il sopra dal sotto, e le cose in regresso da quelle in progresso.

[Robert Musil, da L’uomo senza qualità]

Essere l’ultimo rampollo della più blasonata dinastia industriale italiana; poter avere a disposizione, quasi per diritto divino, tutto il comprabile esistente o esistibile; e non riuscire ciononostante a scrollarsi di dosso una certa qual aura da sfigato. Come l’ultimo Buendía, quello che nasce dopo cent’anni con il bigolo arricciato come un cavatappi. Amaro è il destino del signor Lapo Elkann, un nome da fumetto tenerone scaraventato in un mondo troppo duro. Destino amaro, e non è ancor certo se nel mondo di domani la memoria collettiva riuscirà ad associare alla sua persona qualcosa in più di un coma da cocaina transessuale.

Il ragazzo è buono, c’ha uno sguardo mite e sarebbe anche pieno di buone intenzioni; il problema è che i primi a non credere in lui sono quelli della gran famiglia. Doveva rilanciare nientemeno che il marchio FIAT, una parola: inteso come marchio d’automobili è evidente che sarebbe stata impresa titanica e destinata a necessario fallimento. Ma lui non s’è scoraggiato, e ha venduto per il mondo milioni di felpe con scritto FIAT, che vanno a ruba e dicono anche che siano di buon tessuto, mica come i coprisedili della Ritmo. La concorrenza, anche fica, Audi o Mercedes per dire, non risulta che tirino altrettanto nel segmento felpe [*].

L’ombra grossa del nonno, dicono, impossibile da dimenticare. E le disavventure che perfidi nemici continuano a buttargli addosso. Adesso ha aperto uno studio creativo in pieno centro, a Torino, e si è messo a progettare occhiali in carbonio e “idee”. Gli occhiali in carbonio sono occhiali in carbonio, c’è poco da discutere, anche se non si sa a cosa cazzo servono. Sulle idee sta lavorando sodo: previsti a breve il lancio del “panino con pomodoro e mozzarella” e un innovativo “ombrello in tessuto impermeabile”. Più altre cose, ovviamente top secret.

Una volta Lapo Elkan disse: “Credo nell’aldilà, ma la Chiesa rallenta la competitività“. Qualcosa da obiettare?

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[*] Quando si parla del mercato dell’auto, è importante usare il termine “segmento”.

birbaPss, non lo dite a nessuno. Un piccolo segreto. Non posso farci niente. Mi dà un gusto speciale, godo come una vaporiera, quando questa signorina gentile si raccomanda che allacciamo le cinture di sicurezza, e che le manteniamo allacciate almeno durante le fasi di decollo e atterraggio. Io, ovviamente, non allaccio un bel niente, mi sistemo in grembo una maglia o qualcosa e poi quando la signorina passa a controllare, le sorrido beato. E poi, ma che resti davvero tra noi, che non si sa mai, se mi sento particolarmente birichino mi piace anche di lasciare acceso il cellulare durante tutto il volo. Ops! Questo forse non dovevo dirlo? Ma sono fatto così, una vera birba. E poi mi piace da matti quando la signorina mi scopre e mi fa così col dito, come faceva la maestra quando la combinavo un po’ grossa.

Ti fa così col dito, la maestra, ma intanto ti sorride, per farti capire che è arrabbiata, sì, ma non troppo. Che ti vuole ancor bene. Che sarà ancora lieta di averti a bordo. Che spera tanto tu scelga ancora questa compagnia per i tuoi prossimi voli. Io le adoro, queste signorine carine degli aeroplani. E come la maestra, che a distanza di tanti anni si ricorda ancora di tutti i bimbetti che le sono passati per le mani, e potrebbe fare a memoria l’appello di una classe di quarant’anni prima, allo stesso modo mi piace pensare che queste signorine conservino per ognuno di noi passeggeri, anche per quelli più birbanti, un angolino in fondo al loro cuore; e che potrebbero di ognuno ricordare il numero di volo, e forse anche quello della poltrona, e l’aeroporto di destinazione. E che a quel giovanotto timido della terza fila piaceva tanto la ragazzina carina che guardava fuori dal finestrino. Stop.

pistolaEssendo il mio amico Luca per l’appunto il mio amico Luca, ho fatto uno strappo alla mia regola generale di non accettare inviti a pranzo da gente recentemente riprodottasi. Hanno fatto un figlio e l’hanno chiamato Riccardo. Ne hanno fatto un altro e l’hanno chiamato Vincenzo. “Ah, in onore della nonna” ho pensato. Ma poi mi è venuto in mente che la mamma del Luca si chiama A. più o meno da sempre. Il tarlo continuava a rodermi il cervello, finché un lampo ha illuminato la notte: la mamma del Luca si chiama A., sì, ma Alfonsi di cognome. Chiaro? No? Da Alfonsi ad Alfonsine il passo è breve; Alfonsine, località del ravennate nota per aver dato i natali al poetastro Monti, il “traduttor de’ traduttor d’Omero”. E come si chiamava il Monti di nome? Ma Vincenzo! Olè, applausi! Il cerchio si chiude ed io son contento.

Banane a parte, abbiam chiaccherato di questo e di quello, ed il Luca mi ha spiegato come mai un album così bello come Revolver dei Beatles ha avuto in sorte una copertina così brutta: tutta colpa, pare, di un ubriacone tedesco (di Amburgo). Mi son scordato di chiedergli come mai ad un album così bello avessero dato un titolo così stronzo.

revolver

Il würstel, detto anche salsicciotto, (il termine proviene dal diminutivo della parola tedesca Wurst, “insaccato”, secondo i dialetti tedeschi meridionali, laddove il termine in Hochdeutsch suonerebbe Würstchen) è una specie di insaccato fatta con carni tritate, bovine e suine, tipica della Germania e dell’Austria e, in Italia, dell’Alto Adige.

noia1. Nei bars, enigmatici cartelli invitano a provare il caffé con ginseng. Ce n’era proprio bisogno, no?

2. Avevo dimenticato la potenza devastante del riscaldamento centralizzato nei condomini trentini! Aiuto! Soffoco!

3. A forza di gallerie, le strade trentine sono state completamente rettificate in meno di vent’anni. Non più una curva. A forza di rotonde, le strade trentine si stanno completamente rotondizzando in meno di cinque anni. Non più un pezzo di strada dritta a morire. Autotrasportatori e camperisti ringraziano.

4. Il localino più bello, più allegro, più vivace (e non ci vuole poi molto) che c’è a Trento è sicuramente il Circolo dei Redicoi, Reversi e Policarpi in via S. Martino. Tutti vecchi (a parte i giovani), ma tutti con una gran voglia di festa addosso. C’era il Meo vestito da donna, che fumava di nascosto. Abbiam giuocato alla morra, finalmente, bevendo vino rosso. Se ha un senso per me un’espressione come “tornare a casa”, immagino che sia più o meno questo.

5. Giovani fanciulle vessate da un funzionario astratto cercano tra le lagrime di far entrare il loro bagaglio a mano nel ridicolo parallelepipedo di misurazione. Sono viaggiatrici RyanAir. Il funzionario mi punta, punta il mio zaino oversize, gonfio e sformato. Io sorrido, sventolo il mio biglietto Iberia e tiro dritto. Il funzionario ci rimane male, io godo. Cose belle della vita.

6. È iniziato il Festival di Sanremo, detto anche poeticamente il “festival dei fiori”. L’Italia si occupa del vestito rosso della presentatrice.

7. Negli uffici del Mart (Rovereto) si cazzeggia allegramente e ci si rimpalla l’odiesse di scrivania in scrivania. Poi qualcuno dice “l’ho firmato io“, tutti si tranquillizzano e tornano a cazzeggiare. Ignoro cosa sia l’odiesse, ma deve essere più o meno l’architrave su cui poggia l’intera struttura museale.

calcioCi sono questi che vogliono che parliamo di “calcio”. E allora parliamone. Devo gentilmente premettere che io non ho molta esperienza diretta di tale fenomeno, in quanto ho partecipato in prima persona solamente in una occasione: nelle qualificazioni ai mondiali di Francia ’98, mi fu chiesto di sostituire mi sembra Zambrotta; feci abbastanza bene e favorii pure il gol della vittoria. Ma a parte questo, tutto quello che so sul “calcio” si può sintetizzare in cinque punti:

1) L’attaccante Aldo Serena è nato a Montebelluna (grazie a Xenja Plasma per questa notizia).

2) Agostino Di Bartolomei è stato un potentissimo rigorista della Roma. Finita la carriera, si è suicidato (mediante sparo alla tempia) sul terrazzo della sua villa tra i castelli romani. Vestiva un accappatoio forse di seta.

3) I “calciatori”, quando vanno in ritiro per allenarsi tutti insieme, dipende dall’allenatore se hanno il permesso o meno di avere rapporti sessuali, sia con le loro legittime mogli/fidanzate, sia con professioniste a pagamento.

4) Gli arbitri di Serie A possono anche essere completamente pelati. Vengono considerati i migliori del mondo. La mia prof di lettere al liceo aveva un figlio completamente pelato; noi che eravamo solo dei ragazzi, ridevamo. Adesso sappiamo che ridere delle disgrazie altrui non sta bene.

5) Quando spararono al noto ornitologo Palmiro Togliatti, chiesero per favore a Bartali Gino di vincere una tappa del Tour de France per evitare la rivoluzione. Questo non c’entra direttamente con il “calcio”, ma è un chiaro esempio di come lo sport in generale sia stato utilizzato in passato (oggi non si usa più) per mantenere calme le masse lavoratrici.

Detto questo, che può sembrare anche poco ma non lo è, occorre riconoscere che il mondo del “calcio” è tuttora funestato da episodi molto gravi, primo fra tutti quello dei cosiddetti “cori razzisti”, che non sono ancora stati ben capiti dagli esperti. I “cori razzisti” sono un problema soprattutto perché possono causare la sospensione della partita, o la sconfitta a tavolino. Ma il razzismo è una malattia con radici profonde e non si può pensare di eliminarlo a tavolino, tra un rutto e una manata sul culo della cameriera. Somala. Vanno studiate delle soluzioni, radicali, per esempio si potrebbe fomentare il fenomeno collaterale degli incidenti tra ultras in chiave antirazzista, o delle raccolte di firme tra personaggi dello spettacolo. Inoltre questi “calciatori” pagati come delle autentiche stars, dovrebbero essere un esempio per i giovani e cantare in coro l’inno nazionale antirazzista; invece comprano macchine costosissime e spendono tutto dal parrucchiere. Responsabilità, questa è la parola chiave. Non si può imporre la responsabilità a tavolino, ma non possiamo far finta di niente di fronte al continuo rincarare del gesso che usiamo per segnare le righe del campo. Dove andremo a finire?

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