novembre 2009


Iersera, complice un complesso concorso di concause, sono approdato al Chiri’n’go del Chamán, che stavano suonando gli Ea!. Io non lo sapevo mica che la cantante di questo simpatico complessino da spiaggia era una vecchia. Somiglia abbastanza alla Rosa che mi fa l’orlo ai pantaloni, solo che la Rosa, per qualche storia sanitaria sua, non si capisce un cazzo quando parla, che biascica tutte le parole. Questa invece (al secolo Pilar “La Mónica”), ovviamente non biascica, e canta anzi bene, come nei dischi, ma a me, vedere ‘sta vecchia in calzamaglia viola saltellare sul palco mi ha un po’ smontato. Poi possiamo anche discutere del fatto che le vecchie possano o non possano avere il diritto a cantare nei complessini, ognuno è libero di pensarla come vuole e non sarò io a scagliare la prima pietra, però ecco, a me peronalmente mi ha smontato abbastanza. Per cui ho bevuto il mio Tequila Sunrise, ho fatto finta di salutare a questo e a quello, e me ne sono andato.

Ora, la prossima volta che porterò alla sarta le mie mutande da rattoppare, starò molto attento, e sicuramente in un angolino sconosciuto della mia mente sentirò piccoline e leggere le note di Agua de limón, e mi spunterà un perfido sorriso di cui la Rosa ignorerà sempre origine e significato.

Magari capita anche che uno va fino a Cartagena (e vabbè, mica dall’altra parte del mondo, d’accordo) per vedere un concerto della Concha Buika. Un po’ per non perdere il mio ritmo vertiginoso di almeno un bel concerto ogni paio d’anni. Ma soprattutto perché la Concha Buika è oggettivamente una delle pochissime persone capaci di farmi muovere il culo.

Hiromi Uehara: su di giri

Magari capita anche che uno apprende con sconforto che gli tocca di sciropparsi, come gruppo spalla, un certo Hiromi Quartet, e la foto e il nome non lasciano scampo: si tratta di roba giapponese. Allora: io non so parlare di jazz, per cui ve la racconto un po’ così come viene. Risulta quindi che di giapponesi ce n’è solo una, tal Hiromi Uehara, pianista. Che è una tipetta gialla vestita da gattara e pettinata con le bombe a mano, che saltella come un grillo tra un gigantesco pianoforte a coda (gigantesco: grande normale, ma lo sembra di più perché lei è piccolina) e altre tastierine, alcune rosa. Notevoli le scarpettine d’argento. Gli altri erano un bassista inglese perfetto, alto, con un berretto da bassista perfetto, stile Saturnino, velocissimo e virtuosistico. Sul chitarrista, americano, c’era un errore, in quanto era pettinato e si muoveva come l’amico Patrick, che come tutti sanno suona il saxofono. E saxofono a parte, sembrava un po’ incartato, probabilmente l’hanno contrattato all’ultimo momento senza neanche fargli un provino. Mah. Del batterista non ricordo un granché, era un brasiliano, credo, e vestiva un basco da batterista/percussionista molto corretto. Detto questo, se dobbiamo parlare della musica, c’è poco da dire: una bella botta d’energia. C’è dentro parecchia roba, come sempre, e non sarò certo io a fare né un nome né un paragone. Il solito misciotto in cui trovi di tutto, dal ragtime ai maestri del jazz elettrico, passando per il rock progressivo, il funky e i ritmi latini. Il tutto ad altissimo livello, e ad altissima velocità. Insomma, e-mule, torrent o Amazon, come volete voi, è roba che merita l’ascolto e anche l’acquisto.

Concha Buika: giù di corda

Magari capita anche che nell’intervallo tra i due concerti Ruphus si beva un paio di bicchieri di vino o tre. Quando torno in sala mi sprofondo nella mia poltroncina pregustando libidinosamente un evento che inseguivo da qualche anno. Chiudo anche gli occhi, e dopo due minuti mi sento prendere dallo sconforto: che mi sia ubriacato troppo? Com’è che non mi arriva niente di niente, nessuna emozione, nessuna vibrazione? Apro gli occhi e quello che vedo è una negra vestita dentro un enorme sacco grigio e nero che biascica rovinosamente le canzoni del suo  ultimo disco; e tra un pezzo e l’altro farfuglia frasi di circostanza sulla magia del posto eccetera; e che soprattutto fa calare vertiginosamente il contenuto di una bottiglia che di acqua certo non è. Signori, quella che è ciucca marcia è lei, la Concha. I musici si affannano, hanno voglia, provano loro a tirar su le sorti di un’esibizione ai limiti del grottesco, ma non c’è niente da fare. Rapidamente cominciano a svuotarsi file intere di poltroncine, quando da tempo i biglietti erano esauriti in prevendita. Finita, come da contratto, la presentazione di El último trago, il pianista prova ad attaccare un pezzo di quelli famosi, ma la Concha gli fa segno che no, scuote la testa, una mano, non ce la fa proprio; la bottiglia è vuota. Rimasta sola sulla scena, con un ultimo sforzo intona una versione a cappella di Ojos verdes, raccoglie i suoi applausi di circostanza e sparisce. Bella merda.

Magari capita anche che dopo, fuori dal teatro, ancora perplessi su ciò cui abbiamo assistito, ci si avvicinano il bassista e il chitarrista della giapponesina, e ci chiedono se abbiamo da fumare. La Sarlavia gli dà un paio di cannoni e quelli se ne vanno contenti.

Io ricordo che quando lavoravo in Gest i pianoforti li microfonavamo con due AKG di quelli importanti che stavano ognuno in una scatoletta tutta per sé. La Hiromi di microfoni ne usa tre. Che avanti questi giapponesi!

I libri non spariranno mai perché non si può rinunciare all’odore della carta. Del resto anche i profumi ci sono da sempre perché alla gente piace leggerli.

[Duccio Battistrada]

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Gengis Khan

Gengis Khan: dio era circa così

Io sono convintamente ateo da quando avevo circa 6 anni. Prima, non è che potessi definirmi credente, perché non ci pensavo molto alla questione; direi agnostico, se non fosse un po’ esagerato per un trappolo dell’asilo. Ma magari un po’ ci credevo, d’altronde credevo anche in Babbo Natale e santa Lucia, e in santa Apollonia, che nel mio paese aveva sub-appaltato dal topolino l’incarico di raccogliere dentini distribuendo monetine. Avevo un libro di racconti illustrato, e c’era la storia della lamapada di Aladino, e c’era la figura del genio che esce dalla lampada: una specie di Gengis Khan, pettinato come un eunuco, con un gran vestaglione rosa. Ecco, per me quella era l’immagine di dio. Aprivo il mio libro, indicavo il figuro e dicevo: “Questo è dio!”. Per me, per i pochi anni in cui ho avuto un’immagine di dio, dio non aveva la lunga barba bianca, ma un enorme vestaglione rosa.

Io, che da piccolo fossi un bimbo sveglio, lo so preché me lo diceva sempre la mia mamma. Ma la mia mamma doveva esserne convinta solo fino ad un certo punto, perché nascondeva i regali di natale, e quelli di santa Lucia, sempre nello stesso posto, l’armadio grande della sua stanza, posto che un bambino sveglio di sei anni si suppone che abbia perlustrato più e più volte. Per cui, anche per via di mia sorella più piccola che aveva tutto il diritto di credere ancora un po’ nella magia del natale, per qualche anno ancora ho finto di credere e meravigliarmi di tutto l’ambaradam che i miei montavano. A dire la verità mi sembra che alla fine gliel’ho detta io, a mia sorella, la verità del mondo. Molto più difficile risultò poi convincere i genitori, ma ce la feci, credo poco prima di prendere la patente.

Il mondo è tondoEd insomma, per me che ero e mi sentivo un tipo sveglio, l’ho già detto, fu come fare due più due: non esiste Babbo Natale? Bene, meglio, il mondo appare più logico. Ma allora nemmeno santa Apollonia, e nemmeno il coniglietto pasquale che nascondeva le uova di cioccolata in giardino, avevano più diritto di cittadinanza nella mia piccola Weltanschauung. E nemmeno quell’altro tipo invisibile che dovevamo pregare all’asilo, dalle suore, che diceva di essere morto e risorto. Via, eliminato. Applicazione precoce del mio personale rasoio di Occam. In nome del quale avrei messo nel sacco delle fandonie pure la storia che il mondo è rotondo, in quanto in contrasto con la mia esperienza del medesimo. Ma la presenza costante di un mappamondo di quelli che si illuminano nella mia cameretta alla fine mi convinse che sì, il mondo è rotondo, gli Stati Uniti sono gialli, l’Australia verde, e l’Africa ha la forma di un faccione negro con uno strano cappello floscio da fuochista. E dio indossa un grande vestaglione rosa.

[riflessioni che hanno preso spunto da questo post]