generale


Ci rimane sempre un po’ male, il turista che al tramonto incrocia sul molo il vecchio marinaio, pipa in bocca e sguardo fisso all’orizzonte, quando gli chiede che tempo farà l’indomani, e quello, invece di annusare il vento o studiare il volo dei gabbiani, tira fuori di tasca il suo bravo smartfon e, data una rapida occhiata all’app selezionata con le dita rugose, sciorina il responso di meteo24, previsioni affidabili da qui a una settimana.

Ci rimane sempre un po’ male, il turista, ma non lo fa vedere; ringrazia veloce il vecchio marinaio e se lo lascia rapidamente alle spalle, cammina impettito sul molo, fino a perdersi tra le famiglie che cercano un ristorante autentico dove cenare.

La legge, nella sua solenne equità, proibisce così al ricco come al povero di dormire sotto i ponti, di elemosinare nelle strade e di rubare pane.

[Anatole France, Il giglio rosso, 1894]

Dunque. A Berlino Est ci sono stato, sì, ma nel ’94, che il Muro era caduto già da un po’, e non era più la stessa cosa [*]. E i Pink Floyd anche, li ho visti, a Roma nell’88; ma Syd se ne era andato già da un pezzo, e non era più la stessa cosa… Per cui quando la Giu’ mi fa, diretta come solo lei usa: “A Ruphus, si va a Cuba quest’inverno?“, io faccio un rapido calcolo mentale (età aprossimata di Fidel + anni che passeranno prima di averne un’altra volta la possibilità così concreta) e dico: “Sì, certo!“. Questa volta non mi fregano. Ci voglio andare prima che non sia “più la stessa cosa“.

Perché Cuba?

Perché è ovvio, perché chi è stato comunista a vent’anni certe cose rimangono nel cuore; perché la Russia ci convinceva ma anche no, perché i cinesi non ci sono mai piaciuti del tutto, perché a parte gli asili-nido nel modenese, il vero esempio del socialismo riuscito, col volto solare, era sempre stato solo uno, Cuba…

Perché noi che facevamo le feste dell’Unità avevamo imparato la ricetta del vero mojito molto prima che diventasse un cocktail alla moda; perché il poster di Che Guevara lo avevamo sì in mezzo a quelli dei cantanti, ma sapevamo che non era un cantante; perché un look come quello del Che se lo sognavano pure i cantanti…

Perché la Revolución, El pueblo unido, il Che in Angola, la Baia dei Porci, il Che in Bolivia, Victor Jara, Davide contro Golia, il sorriso del Che, la guerriglia, l’orgoglio di un popolo, “el poeta eres tú“, il Che all’Onu, mito si sommava a mito e nulla pareva poterlo scalfire mai…

Nonostante il mito di Hemingway.

Perché Guantanamera, e Compay Segundo, e Cuando calienta el sol, e Ry Cooder, e Ay! Candela; e perché, soprattutto, Cuuuuba, tara-ta-taaá / quiero bailar la saaalsaaaaa, para-pa-paaá.

Perché il tenente Colombo la definì “La terra più bella che mai occhi umani videro!

Perché quando i sogni e le speranze e le utopie crollano inesorabilmente l’una dopo l’altra, più forte vien da afferrarsi a quelle che ancora resistono in piedi, in un modo o nell’altro.

Perché agli americani, solo a pensarci, gli vien di tutto.

Perché la canta Daniele Silvestri.

Nonostante l’abbia cantata Eugenio Finardi.

Perché nonostante tutto.

Perché quando qui fa freddo, perché le spiagge di Varadero, perché una vacanza ai tropici mica deve fare schifo per forza.

Perché per una volta voglio vedere con i miei occhi, prima che le cose non siano più le stesse di prima.

Ecco, fu per tutto questo, e per mille altre ragioni che a scrivere non sto, che con la Giu’, la mia migliore compagna di sbronze di sempre, ci imbarcammo a Madrid, su un volo Conviasa, destinazione La Habana, con sosta a Caracas.

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[*] L’ho già scritto altrove, ma quella che il muro di Berlino sia “caduto” è una bufala bella e buona; l’hanno buttato giù apposta, ma non lo vogliono dire apertamente per non compromettere nessuno

diamantiSudafrica! Oggi tutti hanno in bocca questa parola, ma cosa sappiamo realmente di cos’è il Sudafrica?

Secondo la moderna paleoantropologia, il Sudafrica fu probabilmente la “culla dell’umanità”; qui (soprattutto nella zona del Transvaal) si sono infatti trovati fossili di australopiteci, Homo habilis, Homo erectus e altra robaccia assortita. Molti secoli più tardi fu colonizzato da degli olandesi speciali chiamati “boeri”, gente alla buona e di poche chiacchere, dedita a coltivare la terra, le cui donne preparavano delle gustosissime caramelle di cioccolato ripiene di liquore alla ciliegia. Queste caramelle si chiamano Boeri e sono ancora oggi apprezzate in tutto il mondo.

Un fatto noto a tutti è che il Sudafrica è pieno di diamanti, ce n’è dappertutto, lì non costano praticamente un cazzo. In stagione li paghi al chilo meno che le zucchine qui da noi, e a volte li infilano nei Boeri come sorpresa, ma è una sorpresa che non piace a nessuno. E sono praticamente indistruttibili! Magari uno c’ha il cortile pieno di sacchi di diamanti e vuole disfarsene: non può nemmeno romperli. Per questo il governo sta facendo costruire degli enormi buchi sotto terra, pieni di gallerie, per buttare via questo eccesso di diamanti che non serve a niente.

Il Sudafrica, molti si ricordano che è stato a lungo flagellato dalla piaga dell’apartheid [pron. apartàid]: in pratica le persone negre, o con un nome da negro, o che portavano cappelli da negro, erano considerate “persone di serie B”, con cui non era utile perdere tempo, e a cui venivano sempre rifilati i diamanti peggiori. Questa situazione durò per un po’, finché venne abolita, ed i negri ne approfittarono subito per eleggere presidente uno dei loro, tal Nelson Mandela, un tipo sbucato fuori chissà da dove, che erano anni che non si vedeva in giro. Adesso i diamanti peggiori li danno ai bianchi, ma così è la vita: oggi tocca a me e domani a te.

Un’ultima osservazione: in Sudafrica sarà presente, per la prima volta nella storia, la nazionale di “calcio” della Nuova Zelanda, per partecipare a quelli che si annunciano come i “veri mondiali di calcio” del 2010. Il prodotto tipico della Nuova Zelanda sono i Maori, delle caramelle dolcissime ripiene di liquore alla mora. Sono un prodotto goloso ma ipercalorico: infatti se dei Maori si incontrano con dei Boeri su un autobus, avviene il diabete.

birbaPss, non lo dite a nessuno. Un piccolo segreto. Non posso farci niente. Mi dà un gusto speciale, godo come una vaporiera, quando questa signorina gentile si raccomanda che allacciamo le cinture di sicurezza, e che le manteniamo allacciate almeno durante le fasi di decollo e atterraggio. Io, ovviamente, non allaccio un bel niente, mi sistemo in grembo una maglia o qualcosa e poi quando la signorina passa a controllare, le sorrido beato. E poi, ma che resti davvero tra noi, che non si sa mai, se mi sento particolarmente birichino mi piace anche di lasciare acceso il cellulare durante tutto il volo. Ops! Questo forse non dovevo dirlo? Ma sono fatto così, una vera birba. E poi mi piace da matti quando la signorina mi scopre e mi fa così col dito, come faceva la maestra quando la combinavo un po’ grossa.

Ti fa così col dito, la maestra, ma intanto ti sorride, per farti capire che è arrabbiata, sì, ma non troppo. Che ti vuole ancor bene. Che sarà ancora lieta di averti a bordo. Che spera tanto tu scelga ancora questa compagnia per i tuoi prossimi voli. Io le adoro, queste signorine carine degli aeroplani. E come la maestra, che a distanza di tanti anni si ricorda ancora di tutti i bimbetti che le sono passati per le mani, e potrebbe fare a memoria l’appello di una classe di quarant’anni prima, allo stesso modo mi piace pensare che queste signorine conservino per ognuno di noi passeggeri, anche per quelli più birbanti, un angolino in fondo al loro cuore; e che potrebbero di ognuno ricordare il numero di volo, e forse anche quello della poltrona, e l’aeroporto di destinazione. E che a quel giovanotto timido della terza fila piaceva tanto la ragazzina carina che guardava fuori dal finestrino. Stop.

morraLa morra è un antico gioco di società trasformato dai giapponesi in una situazione altamente drammatica. Per giocare alla morra, bisogna essere in due: uno torna dal Kenia, l’altro è Frieden: ma chi, chi ha inventato la morra, e chi il Kenia? Un tavolo robusto, due braccia robuste, cagnara verso sera, alta matematica. La morra cinese, la tortura cinese, tutte fesserie.

Amo la Spagna, che è la terra in cui vivo, e ad essere più esatto dovrei dire I love the spanish Way of Life, e a voler fare le cose proprio per bene ci starebbe meglio me gusta el estilo de vida español, coño; ma dio bono, in Spagna la morra la si gioca solo dalle parti di Teruel, che è un posto perso tra le montagne d’Aragón, a un migliaio di kilometri dalla mia calda Andalucía. E per di più, ommiodio, giocano in piedi, uno di fronte all’altro, vestiti di bianco, che sembrano un vecchio film di Mr. Hulot.

Ed io, aggrappato quaggiù a quest’estremo lembo d’Europa, sono solo.

Prima, prima era diverso. C’era il Remo, c’era il Gabriele, c’erano il Penasa e gli altri che venivano a trovarmi. Giocavamo nei bar spagnoli, tiravamo delle botte pazzesche, e gli autoctoni ci guardavano straniti, imparando a dire “caterina” ma senza capire. Adesso, che mi sono anche comprato un maglione che ci starebbe benissimo per un bel torneo, il Remo sta a Madrid, il Gabriele sugli Appennini, e la moglie del Penasa sostiene che io una volta imprecisata le avrei detto degli “insulti”. Insomma mi sento come il primo abbonato al telefono, che aveva l’apparecchio ma nessuno da chiamare. Lo sapevate, vero, che in Islanda, per via di certe regole sulla formazione dei cognomi in islandese, nell’elenco del telefono la gente viene ordinata per nome e non per cognome? Giuro.

Dicono anche che la morra sia gioco di riflessi pronti, lingua veloce, vino. L’altro è tornato dal Kenia, con un metodo infallibile per vincere al lotto e con un poster di Marlon Brando, noto inventore della mafia e altre amenità.

Offresi vacanza nella solatìa Andalucía a abile giocatore di morra, preferenza per quella trentina. Offerta valida anche per coppie, ma in questo caso dovrebbero portarmi l’amico e compagno Penasa, vincendo le resistenze della di lui consorte. Non occorre portarsi il tavolo.

Da quando vivo in Spagna, ho notato che a molti spagnoli piace iniziare una conversazione con un italiano con una domanda del genere: “Secondo te, quali sono le principali differenze tra noi spagnoli e voi italiani?“. Spesso il soggetto domandante è una ragazza carina, status sociale e culturale medio-alto, spesso di Madrid, orientamento progressista, alto livello di auto-consapevolezza e coscienza critica. Inizialmente provavo a sfangarla con i peggio stereotipi su cottura spaghetti al dente, cinema italiano vs. cinema spagnolo, tendenze socio-culturali, Berlusconi vs. Zapatero, e bla bla bla. Ho provato anche con cose tipo “beh, a noi italiani piace ogni tanto vincere un mondiale di calcio, agli spagnoli mica tanto“, ironia spesso sprecata. In genere, qualunque fosse la mia risposta, soprattutto se il domandante appartenteneva alla macro-categoria sopra descritta, e che potremmo anche definire come “fighette progressiste“, immediatamente la conversazione finiva per buttare su maschilismo, femminismo e ulteriore bla bla bla, su cui non voglio ora polemizzare, ma che mi annoia moltissimo.

Adesso, a fronte della solita domanda, rispondo immancabilmente: “La differenza più grande che ho notato tra spagnoli e italiani è che i primi si chiedono spesso quale sia la differenza principale tra spagnoli e italiani, e i secondi di solito se ne fregano“. Risposta che serve in nove casi su dieci a troncare la neonata conversazione e che ha ridotto drasticamente il numero di amici e/o amiche che posso contare nella categoria “fighette progressiste”. Ma così è la vita, ed è inutile farne un dramma.

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