aprile 2010


polloChe poi, più o meno, dovrebbe essere il mio più antico ricordo databile con certezza: avevo due anni e tre quarti, stavo delle ore ad aspettare in ospedale perché doveva nascere, o era appena nata, mia sorella. Faceva caldo e mi annoiavo, e mio padre, per distrarmi, mi disse: “Tu aspettami qui, che vado a prendere i bruttimabuoni, torno subito” (spiego per i fuori regione: trattasi di dolcetti alle mandorle). In quella passa mia zia Cicci e, vedendomi lì soletto, chiede di mio padre. “È andato a prendere…“, e subito mi blocco, perché non mi viene la parola bruttimabuoni, sentita per la prima volta pochi minuti prima. “È andato a prendere una cosa da mangiare, ma non mi ricordo come si chiama“, spiego allora tutto preciso. E la zia: “Una cosa da mangiare? il pollo?“. Ricordo perfettamente che la fissai con gli occhi sbarrati, perché non volevo credere a ciò che avevo udito. Il pollo? come il pollo? secondo te posso aver dimenticato come si chiama il pollo? davvero hai potuto pensare una stronzata del genere?

Fu un lampo, che mi cambiò per sempre. Capii in un istante che anche un grande, un adulto, può essere uno stupido. Smisi di credere nei grandi, e a ruota in molte altre cose. Mi feci cinico ed arrogante. Avrei passato il resto della mia vita ad imparare a perdonare gli stupidi, non sempre riuscendoci.

Ed insomma, quel giorno d’estate Ruphus (di anni due e mesi nove) stende al tappeto il resto del mondo, malamente rappresentato dalla vecchia zia. Comprensibile il decollo verticale della sua autostima, ed il gonfiarsi a dismisura del suo ego, pari solo al disprezzo immenso che ha poi sempre provato per chi diceva “perché sì“. O per quegli altri, quelli del “l’ha detto la maestra“, e quelli del “l’ha detto il telegiornale“.

I bruttimabuoni, come succede con molti prodotti tipici (specie alimentari), ciascuno pensa che sono originari della propria terra. In Toscana, dove hanno più d’un problema con la lingua italiana, li chiamano “bruttiboni” e credono che siano originari di Prato.

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cervezaQuando conobbi Marcos, anni fa, era grande e grosso. Ed era un grandissimo consumatore di birra e di cannoni (spinelli, sigarette piene di droga leggera, per intenderci). E in tutti questi anni Marcos non ha mai smesso di essere un grandissimo consumatore di birra e di cannoni. Poi, un paio di mesi fa, il dottore gli ha detto: “Marcos, non puoi continuare così, devi scegliere: o la birra o i cannoni” (forse non ha detto proprio “cannoni”, magari ha detto “sigarette piene di droga leggera”, ma non importa). Marcos ci ha pensato una frazione di secondo e ha risposto, con un sospiro: “Ok, via le birre, ché ai cannoni porprio non ci posso rinunciare“. E così il mio amico Marcos ha smesso di bere la birra. Se proprio è in giro di festa, magari si concede un gin-tonic o due, ma proprio in via del tutto eccezionale. Basta birra, basta alcol. Si consola con i cannoni, magari ne fuma più di prima, ma con la birra ha smesso.

E ha smesso con impegno. Adesso quando arriva al bar, per prima cosa ordina una birra piccola. Che per uno come lui, una birra piccola è proprio come non berla. Lui ha sempre bevuto birre grandi, e vederlo lì, tutto grande e grosso, con in mano una birrettina piccola di quelle che si scolano in un sorso, beh, ha ragione lui, è proprio come non berla. E siccome ha proprio smesso, per ribadire questo concetto subito dopo ordina un’altra birrettina piccola. Via anche quella, in un sorso. E poi un’altra, e un’altra, e altre due e altre tre. Solo quando si è scolato almeno una quindicina di birrettine piccole, solo allora, quando praticamente ha smesso del tutto, quando non rimane alcun dubbio sul fatto di aver proprio smesso definitivamente di bere la birra, ecco, allora, tutto soddisfatto, ordina la prima birra grande. Che dopo tutto quell’aver smesso, se la merita proprio una bella birra.

I bar della provincia di Almería, nonostante la botta iniziale, stanno cominciando a riprendersi dal grave choc provocato dalla notizia di Marcos che ha smesso di bere la birra.

grassaDa parecchi anni ormai, puntualmente, una o due volte tra ottobre e maggio Ruphus diventa preda per qualche giorno di una tosse particolarmente violenta e fastidiosa. Da parecchi anni ormai, puntualmente, una o due volte tra ottobre e maggio si svolge il seguente siparietto tra Ruphus e il farmacista:

Ruphus: Salve. Ho una tosse molto forte e vorrei qualche cosa per calmarla. Qualcosa di potente, se possibile.

farmacista: Certamente. Si tratta di una tosse grassa o secca?

R.: Mi scusi, non ho capito la domanda. Potrebbe riformularmela in maniera più precisa?

f.: Voglio dire, la sua è una tosse, diciamo così, ecco, molto secca, o non piuttosto una tosse, come dire, magari un po’ più grassa?

R.: Ma, guardi, a me sembra proprio una tosse così, molto forte, tossisco molto. Tossire mi sembra una cosa piuttosto secca in sé, non riesco ad immaginare una tosse grassa. Cosa intende per tosse grassa?

f.: Eh, una tosse insomma, anche con espettorazioni, sa, più… più grassa, ecco. Non secca. Non una tosse così, secca. Grassa.

R.: Mi scusi ancora, non riesco a comprendere i termini della questione. Non avrebbe mica un prodotto più generale, utile sia in caso di tosse grassa che per quella secca?

f.: Certamente, ecco qua. Un cucchiaio, massimo due, ogni otto ore.

Io mi bevo lo sciroppo, dopo qualche giorno la tosse se ne va, e io resto con il grande interrogativo se la mia sia una tosse secca o grassa.

Finché, l’altro giorno, evviva evviva, mi sono svegliato con una bella tosse che non era come quella di sempre. Era grassa. Me la sentivo grassa, era evidentemente grassa, anche con espettorazioni. Ho capito in un istante che la tosse che avevo sempre avuto era una semplice tosse secca. Una tosse da stitici. Da taccagni. Una tosse da morti di fame, da squallide vecchiacce, da poveri curati di campagna; insomma, una miseria di tosse. Questa invece no, questa era una bella tosse ricca, pastosa, avvolgente, da signori, grassissima. Anche le espettorazioni, sissignore, anche quelle di colori forme e consistenze diverse, copiose ed interessanti. Sentendomi una persona nuova sono volato in farmacia e alla fatidica domanda che per anni mi aveva fatto sentire un povero deficiente, ho potuto finalmente rispondere: “Grassa, mi è venuta una tosse bella grassa“. E mi sono dilungato sui particolari: “Soprattutto la mattina, sa? Che poi verso sera la noto che si fa un po’ più secca, solo un pochino però, lei mi capisce, vero? Però si tratta sicuramente di una tosse grassa, anche con espettorazioni“. Ero fiero e raggiante. Né ha intaccato la mia felicità il fatto che il farmacista mi abbia rifilato lo stesso sciroppo dell’anno scorso: “Un cucchiaio, massimo due, ogni otto ore“, mi ha spiegato, senza sembrar condividere il mio entusiasmo. Ho sospettato che la domanda che per anni mi ha angosciato, questo perentorio “Secca o grassa?“, che sembrava essere la chiave per capire e di conseguenza lenire i miei dolori, fosse in realtà solo uno stanco rituale in cui il farmacista stesso era il primo a non credere. Mi ha fatto un po’ pena.

Io adesso sto bevendo il mio sciroppo ogni otto ore, tra qualche giorno la tosse mi abbandonerà, ma io mi sento tanto più ricco, più completo. Non si finisce mai di crescere, non si finisce mai di imparare.