Magari capita anche che uno va fino a Cartagena (e vabbè, mica dall’altra parte del mondo, d’accordo) per vedere un concerto della Concha Buika. Un po’ per non perdere il mio ritmo vertiginoso di almeno un bel concerto ogni paio d’anni. Ma soprattutto perché la Concha Buika è oggettivamente una delle pochissime persone capaci di farmi muovere il culo.

Hiromi Uehara: su di giri

Magari capita anche che uno apprende con sconforto che gli tocca di sciropparsi, come gruppo spalla, un certo Hiromi Quartet, e la foto e il nome non lasciano scampo: si tratta di roba giapponese. Allora: io non so parlare di jazz, per cui ve la racconto un po’ così come viene. Risulta quindi che di giapponesi ce n’è solo una, tal Hiromi Uehara, pianista. Che è una tipetta gialla vestita da gattara e pettinata con le bombe a mano, che saltella come un grillo tra un gigantesco pianoforte a coda (gigantesco: grande normale, ma lo sembra di più perché lei è piccolina) e altre tastierine, alcune rosa. Notevoli le scarpettine d’argento. Gli altri erano un bassista inglese perfetto, alto, con un berretto da bassista perfetto, stile Saturnino, velocissimo e virtuosistico. Sul chitarrista, americano, c’era un errore, in quanto era pettinato e si muoveva come l’amico Patrick, che come tutti sanno suona il saxofono. E saxofono a parte, sembrava un po’ incartato, probabilmente l’hanno contrattato all’ultimo momento senza neanche fargli un provino. Mah. Del batterista non ricordo un granché, era un brasiliano, credo, e vestiva un basco da batterista/percussionista molto corretto. Detto questo, se dobbiamo parlare della musica, c’è poco da dire: una bella botta d’energia. C’è dentro parecchia roba, come sempre, e non sarò certo io a fare né un nome né un paragone. Il solito misciotto in cui trovi di tutto, dal ragtime ai maestri del jazz elettrico, passando per il rock progressivo, il funky e i ritmi latini. Il tutto ad altissimo livello, e ad altissima velocità. Insomma, e-mule, torrent o Amazon, come volete voi, è roba che merita l’ascolto e anche l’acquisto.

Concha Buika: giù di corda

Magari capita anche che nell’intervallo tra i due concerti Ruphus si beva un paio di bicchieri di vino o tre. Quando torno in sala mi sprofondo nella mia poltroncina pregustando libidinosamente un evento che inseguivo da qualche anno. Chiudo anche gli occhi, e dopo due minuti mi sento prendere dallo sconforto: che mi sia ubriacato troppo? Com’è che non mi arriva niente di niente, nessuna emozione, nessuna vibrazione? Apro gli occhi e quello che vedo è una negra vestita dentro un enorme sacco grigio e nero che biascica rovinosamente le canzoni del suo  ultimo disco; e tra un pezzo e l’altro farfuglia frasi di circostanza sulla magia del posto eccetera; e che soprattutto fa calare vertiginosamente il contenuto di una bottiglia che di acqua certo non è. Signori, quella che è ciucca marcia è lei, la Concha. I musici si affannano, hanno voglia, provano loro a tirar su le sorti di un’esibizione ai limiti del grottesco, ma non c’è niente da fare. Rapidamente cominciano a svuotarsi file intere di poltroncine, quando da tempo i biglietti erano esauriti in prevendita. Finita, come da contratto, la presentazione di El último trago, il pianista prova ad attaccare un pezzo di quelli famosi, ma la Concha gli fa segno che no, scuote la testa, una mano, non ce la fa proprio; la bottiglia è vuota. Rimasta sola sulla scena, con un ultimo sforzo intona una versione a cappella di Ojos verdes, raccoglie i suoi applausi di circostanza e sparisce. Bella merda.

Magari capita anche che dopo, fuori dal teatro, ancora perplessi su ciò cui abbiamo assistito, ci si avvicinano il bassista e il chitarrista della giapponesina, e ci chiedono se abbiamo da fumare. La Sarlavia gli dà un paio di cannoni e quelli se ne vanno contenti.

Io ricordo che quando lavoravo in Gest i pianoforti li microfonavamo con due AKG di quelli importanti che stavano ognuno in una scatoletta tutta per sé. La Hiromi di microfoni ne usa tre. Che avanti questi giapponesi!

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