calcioCi sono questi che vogliono che parliamo di “calcio”. E allora parliamone. Devo gentilmente premettere che io non ho molta esperienza diretta di tale fenomeno, in quanto ho partecipato in prima persona solamente in una occasione: nelle qualificazioni ai mondiali di Francia ’98, mi fu chiesto di sostituire mi sembra Zambrotta; feci abbastanza bene e favorii pure il gol della vittoria. Ma a parte questo, tutto quello che so sul “calcio” si può sintetizzare in cinque punti:

1) L’attaccante Aldo Serena è nato a Montebelluna (grazie a Xenja Plasma per questa notizia).

2) Agostino Di Bartolomei è stato un potentissimo rigorista della Roma. Finita la carriera, si è suicidato (mediante sparo alla tempia) sul terrazzo della sua villa tra i castelli romani. Vestiva un accappatoio forse di seta.

3) I “calciatori”, quando vanno in ritiro per allenarsi tutti insieme, dipende dall’allenatore se hanno il permesso o meno di avere rapporti sessuali, sia con le loro legittime mogli/fidanzate, sia con professioniste a pagamento.

4) Gli arbitri di Serie A possono anche essere completamente pelati. Vengono considerati i migliori del mondo. La mia prof di lettere al liceo aveva un figlio completamente pelato; noi che eravamo solo dei ragazzi, ridevamo. Adesso sappiamo che ridere delle disgrazie altrui non sta bene.

5) Quando spararono al noto ornitologo Palmiro Togliatti, chiesero per favore a Bartali Gino di vincere una tappa del Tour de France per evitare la rivoluzione. Questo non c’entra direttamente con il “calcio”, ma è un chiaro esempio di come lo sport in generale sia stato utilizzato in passato (oggi non si usa più) per mantenere calme le masse lavoratrici.

Detto questo, che può sembrare anche poco ma non lo è, occorre riconoscere che il mondo del “calcio” è tuttora funestato da episodi molto gravi, primo fra tutti quello dei cosiddetti “cori razzisti”, che non sono ancora stati ben capiti dagli esperti. I “cori razzisti” sono un problema soprattutto perché possono causare la sospensione della partita, o la sconfitta a tavolino. Ma il razzismo è una malattia con radici profonde e non si può pensare di eliminarlo a tavolino, tra un rutto e una manata sul culo della cameriera. Somala. Vanno studiate delle soluzioni, radicali, per esempio si potrebbe fomentare il fenomeno collaterale degli incidenti tra ultras in chiave antirazzista, o delle raccolte di firme tra personaggi dello spettacolo. Inoltre questi “calciatori” pagati come delle autentiche stars, dovrebbero essere un esempio per i giovani e cantare in coro l’inno nazionale antirazzista; invece comprano macchine costosissime e spendono tutto dal parrucchiere. Responsabilità, questa è la parola chiave. Non si può imporre la responsabilità a tavolino, ma non possiamo far finta di niente di fronte al continuo rincarare del gesso che usiamo per segnare le righe del campo. Dove andremo a finire?

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