dagoredDago red è il vino rossorubino fatto dai dago, gli italiani un po’ guappi d’America. Lo strepitoso Arturo Bandini ha bevuto sicuramente dago red. Bisogna partire da questi racconti per sborniarsi sul serio con tutti i geniali padri-muratori, tutti gli strepitosi figli-scrittori inventati da John Fante.

[Domenico Starnone]

Sulla quarta di copertina c’era scritto così. E allora, anche se metti che non mi piacciono in generale gli scrittori americani, anche se magari ho già provato a leggere qualche pagina di John Fante (con scarsi risultati), allora, se qui si parla di vino e di sbronze, proviamo a darci un’occhiata.

Io, da sempre, i libri di racconti li leggo così: vado subito all’indice, attraverso semplici operazioni di sottrazione trovo in un attimo il racconto più breve (come numero di pagine), e comincio da quello. Poi leggo il secondo più corto, e così via. E se l’autore, o l’editore, si sono spremuti le meningi per presentare i racconti in un dato ordine, secondo un certo filo logico, beh, cazzi loro. E con questo Dago Red non faccio eccezione. Per cui inizio con Ave Maria, sette pagine, il racconto che chiude tutta la raccolta. Una sorta di monologo rivolto alla madonna, in cui parla di cose varie non molto interessanti; tema principale, il suo essere cattolico in un paese di protestanti. Umf. Andiamo avanti. Con otto pagine trovo La canzonetta scema di mia madre, storia di due mocciosi che provano a rubare qualcosa ma vengono beccati, e poi sensi di colpa e la madre che dev’essere una specie di seminferma mentale che non capisce una mazza. A pari merito con dieci pagine ci sono Prima comunione e Strada per l’inferno. Mamma che titoli. Il primo è un noiosissimo resoconto di tutte le menate che accompagnano il protagonista quando si appresta a confessarsi e comunicarsi la prima volta. Un deficiente. L’altro racconto parla di Confessione, Peccato, suor Maria Giuseppa, Tentazione, Diavolo. Fantastico. E poi, ancora: L’iradiddio (12 pagine), viene un terremoto, lui si sente in colpa perché sta con una protestante, quando vede che l’unico edificio rimasto in piedi è la chiesa cattolica, si pente e abbandona la tipa; Rapimento in famiglia (14 pagine), insulsa storia di come si sono conosciuti babbo e mamma del ragazzino; Muratore nella neve (ancora 14), ricordi d’infanzia del cazzo; Casa, dolce casa, (14 un’altra volta), un pranzo di famiglia con relative menate. E qui abbandono…

Conclusione. Ora, a me può anche star bene il fatto che questo John Fante abbia vissuto con molti problemi il suo essere cattolico, che abbia conosciuto solo padri muratori e madri rimbambite dai preti, e mi pare giusto che ne scriva, se riesce a trarne giovamento, e che l’editore pubblichi, se riesce a vendere. Meno bene mi sta che per vendere un manuale da giovane chirichetto complessato scrivano sul dorso che si parla di vino e di ubriaconi. Questo si chiama pubblicità ingannevole verso il consumatore ignaro, questo si chiama concorrenza sleale nei confronti degli editori che scrivono onestamente in copertina il contenuto del libro, questo si chiama prendere per il culo la gente. Bum.

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