Ci rimane sempre un po’ male, il turista che al tramonto incrocia sul molo il vecchio marinaio, pipa in bocca e sguardo fisso all’orizzonte, quando gli chiede che tempo farà l’indomani, e quello, invece di annusare il vento o studiare il volo dei gabbiani, tira fuori di tasca il suo bravo smartfon e, data una rapida occhiata all’app selezionata con le dita rugose, sciorina il responso di meteo24, previsioni affidabili da qui a una settimana.

Ci rimane sempre un po’ male, il turista, ma non lo fa vedere; ringrazia veloce il vecchio marinaio e se lo lascia rapidamente alle spalle, cammina impettito sul molo, fino a perdersi tra le famiglie che cercano un ristorante autentico dove cenare.

08.03.27  028 2

Renato Zero nel 1968A volte, quando uno ti dice che secondo molta gente lui assomiglia a Renato Zero, e poi aggiunge anche di non condividere questa opinione (“Secondo me non ci assomiglio proprio a Renato Zero“, dice), e tu gli dai ragione, e gli dici che effettivamente è molto difficile trovargli una qualche somiglianza con Renato Zero, ecco che spesso dopo due minuti è proprio lui quello che cerca di convincerti che dopo tutto, almeno un po’, lui davvero assomiglia a Renato Zero, anzi sono quasi identici, e se alla fine non gli dai ragione ci rimane un po’ male.

Poi tanto si scopre comunque che quello lì che voleva somigliare a Renato Zero tutti lo chiamano Tokio di soprannome, e la cosa finisce un po’ lì.

Iersera son stato su a Trento, a trovar degli amici e a ber delle birre. Il sempre bellissimo Penasa, non appena mi ha visto, mi ha detto: “Toh, ti ho portato un regalo…” e poi ha simpaticamente aggiunto “cosí magari mi fai una recensione” – io questa battuta non l’ho mica capita per niente, ma mi ha fatto tanto ridere lo stesso.

BAUL’oggetto in questione, il regalo: un parallelepipedo a base quasi quadrata, molto appiattito, diciamo un centimetro circa lo spigolo più corto, tra i dieci e i quindici centimetri i restanti; una delle due facce più grandi presenta, su sfondo blu, il disegno di una specie di tirapugni giallo all’interno di un pentagono irregolare cavo, dal bordo rosso; in alto, in caratteri tridimensionali bianchi (ma con la profondità in nero) la scritta “superbau“, però in maiuscolo; in basso, sempre in maiuscolo ma in nero, la scritta “scfaed“; sulla faccia opposta, ancora su sfondo blu elettrico, un sacco di scrittine bianche che non sono stato a decifrare, e un bollino rilucente, ologrammatico, di circa 2 x 3 centimetri, con altre scritte ancora più piccole. L’oggetto appare ricoperto di una sottile pellicola trasparente tipo cellophane, molto delicata, tanto da deteriorarsi rapidamente: già penso di aver rovinato il bellissimo regalo, quando intuisco che a rompersi è solo un involucro protettivo, destinato comunque ad essere rapidamente smaltito in appositi contenitori. Ed in effetti, rimossa la pellicola, scopro con gioia che il misterioso parallelepipedo, su cui mi sto già interrogando intensamente, si apre come fosse un libro, anzi è proprio una specie di libro.

Un libro di bellissime poesie, immagino scritte da Penasa e i suoi amici, e di fantastici disegni. I disegni (i disegni degli amici di Penasa) sono pieni di ossi, denti e altre parti del corpo, di animali coloratissimi ed indaffaratissimi, di personaggi alle prese con i problemi più disparati: raccontano una storia affascinante per quanto ermetica in molti aspetti, una storia che è sicuramente la narrazione di una vita intensa, da leggere con avidità, per divertirsi ma anche per imparare. Possiamo immaginarlo come il viaggio iniziatico di un peluche, un peluche dapprima normale, ma poi, attraverso il contatto con scienziati pazzi, prostitute a pezzi, musicisti, preti, pianeti, organi riproduttivi, esplosioni, liquidi, mentine, eccetera.

E le poesie, nate forse originariamente come didascalia per questi disegni, rimandano indubbiamente alla stessa varietà cosmogonica di base. Poesie per animi gentili, che sanno racchiudere nel breve spazio di pochi versi tutta la delicatezza di un mondo che sboccia, e che sbocciando si fa appunto poesia.

Io penso che il messaggio profondo di questo libro, dei suoi disegni e delle sue poesie, non sia altro che un invito a riscoprire la bellezza nascosta del mondo.

Ultimo dettaglio, il libro è accompagnato da un simpatico gadget, un disco musicale in cui Penasa ed i suoi amici cantano dei pezzi musicali simili a “canzoni”, probabilmente ispirati ai disegni e alle poesie; e devo dire che, contrariamente a quanto accade di solito, questo disco non è solo un inutile accessorio, anzi. Questi giovani cantano molto bene e sanno usare con sapienza i loro strumenti musicali: purtroppo il pinökel di plastica trasparente che servirebbe a mantenere agganciato il disco nella sua sede corretta era rotto, sicché non ho potuto far altro che gettare il simpatico disco nella spazzatura. Peccato, perché non era niente male.

bocia

d'annunzioOvviamente, da che mondo è mondo e da che pane è pane, la gente comune ha avuto l’usanza di piazzare del cibo (carne, formaggi, verdure, insaccati, spezie) tra due fette di pane e di mangiarselo cosí, con le mani. La gente comune, appunto. La nobiltà invece, costretta da mille regole d’etichetta, si doveva sedere a tavola per ore, a mangiare, conversare ed improvvisare la guerra o la pace. Quando nel XVIII secolo tal John Montagu, IV conte di Sandwich, ritenne troppo oneroso per la sua persona alzarsi dal tavolo da gioco per approdare a quello imbandito, e si fece preparare un pezzo di carne tra due fette di pane, tutti dissero “Oh!“, lo trovarono una cosa molto particolare e un qualche geniaccio dell’adulazione propose di chiamare l’artefatto “sandwich“, in onore al suo “inventore”. Ovviamente la gente comune aveva dato da tempo un nome a quella strana cosa lì, sicuramente non lo chiamavano “pezzo di cibo tra due fette di pane”; chissà, forse lo chiamavano “piastrone“, o “bitullo“, o “scaccino“, impossibile saperlo. Fatto sta che il nome sandwich si impose, soppiantando ogni precedente dizione e promuovendo un nobile più ludopata che crapulone a fondatore di una nuova linea gastronomica.

Poi, dopo, nel 1925, il grandissimo poeta nazionale Gabriele D’Annunzio inventò la parola “tramezzino“, per sostituire il termine straniero e non gradito al regime (leggermente diverso, secondo Wikipedia, il succedersi dei fatti, ma la sostanza rimane quella).

Questo pomeriggio, al bar: la cameriera, rumena (pensavo fosse russa), giovane e bellina. Gli astanti: un relitto ceco, uno francese, uno spagnolo e, a parte me, un altro italiano, seppure di merda. E un cliente che sembrava normale, ma poi salta fuori che non ha i soldi per pagare la birra, e mi tocca di offrirgliela.

No, giusto per sapere… ma cos’è che offende, umilia, degrada maggiormente la dignità delle donne? che ne insulta e deride l’intelligenza? a) Cicciolina che lo succhia ad un cavallo, o b) una pagina come questa (trovata per caso nella ricerca di un consiglio utile)? No, perché il primo caso non mi dice assolutamente nulla sulle donne in generale (al massimo sull’amore per gli animali della mai abbastanza rimpianta deputata radicale), mentre nel secondo tutte le donne (e le casalingue in particolare) vengono trattate come una massa di deficienti decerebrate con lo sviluppo intellettuale non superiore a quello di un bambino di tre anni. Poi, può anche essere che mi sfuggano dei particolari…

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PS – Oddio, a leggere i commenti che la pagina ospita sembra proprio che l’autrice abbia colto nel segno sul livello mentale delle sue lettrici. Continuo a pensare che per rispetto verso tutte le donne, certe tertulie sarebbe meglio mantenerle nascoste nell’intimità di un ristretto circolo di comari, e non ostentarle così, coram populo, ad offesa ed insulto di tutto un genere.

La soluzione, prossimamente…

Thanks (oh! so many thanks!) to Franz Penausea for the first part of this puzzle, and thanks to the Ficient for the whole idea.

Alcuni importanti studi sull’impollinazione sono stati compiuti da Sir John Lubbock, scienziato pupillo di Charles Darwin: per esempio, scoprì tramite lo studio dei fiori di due varietà di Lobelia dalla colorazione rispettivamente rossa e blu, che le api avevano una netta predilezione per i fiori dal colore blu [*]. Riflettici.

[fonte: Wikipedia]

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[*] John Williams Lubbock, Observations on Ants, Bees, and Wasps. IX. Color of Flowers as an Attraction to Bees: Experiments and Considerations thereon, J. Linn. Soc. Lond. (Zool.) 16, pp. 110–112, (1881).

Sì, Giorgio, come no…

La legge, nella sua solenne equità, proibisce così al ricco come al povero di dormire sotto i ponti, di elemosinare nelle strade e di rubare pane.

[Anatole France, Il giglio rosso, 1894]

Un amico, giocoliere ed incantatore di flauti, si interessa saltuariamente di notizie di cronaca, oltre che di misteri circondanti le antiche civiltà. Ultimamente i fatti che hanno catturato la sua attenzione sono due: la rissa tra vigili urbani e finti gladiatori al Colosseo, e le gesta di quell’Anders Behring Breivik che per certe ragioni sue l’estate scorsa ammazzò un’ottantina di persone tra Oslo e dintorni (isola di Utoya). Di quest’ultimo argomento l’amico sa tutto, e gli piace rievocare accuratamente le fasi salienti della carneficina. Sa mimare il gesto con il quale quello imbracciava il fucile, puntava, ed abbatteva, uno dopo l’altro, dei giovani norvegesi in rapida fuga. Tra incontenibili risate l’amico racconta lo sbarco sull’isola, le prime vittime incredule, le decine di corpi insanguinati sulla spiaggia, il terrore dei giovani braccati. Devo dire che l’amico sa ricreare l’atmosfera, pur con questo tono leggero e certi risolini che in linea di principio si vorrebbero banditi da discorsi del genere; ma il racconto è appassionante e non stanca mai.

Ed ora che quest’uomo particolare è sotto processo nel suo paese, è inevitabile chiedersi se la bilancia della Giustizia, quella che vede su un piatto il dolore di tante persone, non debba avere sull’altro la bonaria allegria che gli stessi avvenimenti suscitano nell’amico, durante lunghi e paciosi pomeriggi pieni di spritz e di chiacchere a vuoto. Possono le lacrime degli uni essere almeno parzialmente asciugate dalla verve umorisitca dell’amico cabarettista, dal senso di placida armonia che egli sa infondere tra i compagni d’aperitivo? Speriamo di sì.

Dunque. A Berlino Est ci sono stato, sì, ma nel ’94, che il Muro era caduto già da un po’, e non era più la stessa cosa [*]. E i Pink Floyd anche, li ho visti, a Roma nell’88; ma Syd se ne era andato già da un pezzo, e non era più la stessa cosa… Per cui quando la Giu’ mi fa, diretta come solo lei usa: “A Ruphus, si va a Cuba quest’inverno?“, io faccio un rapido calcolo mentale (età aprossimata di Fidel + anni che passeranno prima di averne un’altra volta la possibilità così concreta) e dico: “Sì, certo!“. Questa volta non mi fregano. Ci voglio andare prima che non sia “più la stessa cosa“.

Perché Cuba?

Perché è ovvio, perché chi è stato comunista a vent’anni certe cose rimangono nel cuore; perché la Russia ci convinceva ma anche no, perché i cinesi non ci sono mai piaciuti del tutto, perché a parte gli asili-nido nel modenese, il vero esempio del socialismo riuscito, col volto solare, era sempre stato solo uno, Cuba…

Perché noi che facevamo le feste dell’Unità avevamo imparato la ricetta del vero mojito molto prima che diventasse un cocktail alla moda; perché il poster di Che Guevara lo avevamo sì in mezzo a quelli dei cantanti, ma sapevamo che non era un cantante; perché un look come quello del Che se lo sognavano pure i cantanti…

Perché la Revolución, El pueblo unido, il Che in Angola, la Baia dei Porci, il Che in Bolivia, Victor Jara, Davide contro Golia, il sorriso del Che, la guerriglia, l’orgoglio di un popolo, “el poeta eres tú“, il Che all’Onu, mito si sommava a mito e nulla pareva poterlo scalfire mai…

Nonostante il mito di Hemingway.

Perché Guantanamera, e Compay Segundo, e Cuando calienta el sol, e Ry Cooder, e Ay! Candela; e perché, soprattutto, Cuuuuba, tara-ta-taaá / quiero bailar la saaalsaaaaa, para-pa-paaá.

Perché il tenente Colombo la definì “La terra più bella che mai occhi umani videro!

Perché quando i sogni e le speranze e le utopie crollano inesorabilmente l’una dopo l’altra, più forte vien da afferrarsi a quelle che ancora resistono in piedi, in un modo o nell’altro.

Perché agli americani, solo a pensarci, gli vien di tutto.

Perché la canta Daniele Silvestri.

Nonostante l’abbia cantata Eugenio Finardi.

Perché nonostante tutto.

Perché quando qui fa freddo, perché le spiagge di Varadero, perché una vacanza ai tropici mica deve fare schifo per forza.

Perché per una volta voglio vedere con i miei occhi, prima che le cose non siano più le stesse di prima.

Ecco, fu per tutto questo, e per mille altre ragioni che a scrivere non sto, che con la Giu’, la mia migliore compagna di sbronze di sempre, ci imbarcammo a Madrid, su un volo Conviasa, destinazione La Habana, con sosta a Caracas.

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[*] L’ho già scritto altrove, ma quella che il muro di Berlino sia “caduto” è una bufala bella e buona; l’hanno buttato giù apposta, ma non lo vogliono dire apertamente per non compromettere nessuno

Ad ogni azione corrisponde sempre una reazione contraria e più idiota.

Azione: “La signora [inserire il nome di una signora qualunque] è una [inserire un epiteto qualsiasi]”.

Reazione: “Questa frase è un insulto contro tutte le donne”. Con conseguente richiesta di dimissioni.

Scrivere un articolo in memoria di Beppe Viola, senza mettere nel titolo le parole “Quelli che…“. E magari senza citare l’ormai logoro coccodrillo che gli dedicò l’altrettanto rimpianto Gianni Brera. Mancano soltanto 17 giorni al diciannovesimo anniversario della prematura ed inconsolabile scomparsa e bla bla bla… Possiamo ancora farcela.

Estate duemilaeundici, i manifesti annunciano, tra Málaga e Granada, concerti di ZZ Top, di Alan Parsons Project, e anche di Tom Jones. Il mio pensiero corre dietro ad Amy Winehouse, questa benedetta ragazza finalmente uscita del tunnel della droga, e stavolta per sempre. Mi sforzo per cinque minuti buoni, ma non riesco a pensare niente di speciale. Gli Alan Parsons Project li davo per sciolti da qualche decennio, e invece suoneranno a Motril tra una settimana. D’altronde non mi sono lasciato scappare gli Scoprions, un paio d’anni fa; niente di speciale neanche loro. Giusto per dire: li ho visti.

Canzoni consigliate: L’ufficio in riva al mare, di Bruno Lauzi. Ma anche i primi due album solisti di Syd Barrett, lui sì uno speciale. O riascoltare, per bene, gli Area, cercando magari di capire.

Caro Vasco, ti abbiam sempre apprezzato e anche voluto bene, ti abbiam persino idolatrato a suo tempo, quando era giusto farlo; ma adesso per favore, smetti di fare altri dischi. Questo pensiero, a dire il vero, lo avevamo formulato già un 25 anni fa, quando pubblicasti Cosa succede in città. Ci scordammo di comunicartelo, e tu sfornasti qualche altra bella canzone, come il Tango della gelosia, e poche altre. Lo stesso pensiero, ora che ricordo, lo avemmo anche alla metà degli anni ’90, ma di nuovo perdemmo l’occasione per fartelo sapere, e poi ci regalasti perle come Sally, o L’una per te, fianco a fianco con autentiche porcherie che non voglio nemmeno ricordare (gli amici, lo sai, se son amici han da essere onesti e diretti). Son passati altri tre lustri; l’ultima canzone decente (decente non so, so che a me piace) che hai scagacchiato è Siamo soli: del 2001. A questo punto, se non ci arrivi da solo, è proprio il caso di dirtelo: caro Vasco, ti abbiam voluto bene, e molto, ma per favore, basta, smetti di fare altri dischi.

Caro Vasco, ci son là fuori un sacco di personaggi che non t’hanno amato mai, che ti considerano poco più (o poco meno) che un buffone, che mai t’hanno capito, che han fatto del tuo personaggio  così contradittorio e ruvido un fantoccio su cui sputare il loro stupido livore; gente che non t’ha capito mai e che pensa di aver capito tutto; gente che ti considera una specie di Ligabue sott’alcol, o peggio. Insomma: gente che non ti apprezza e dice cose brutte su di te. Caro Vasco, non regalare a questi poveretti altri argomenti a sostegno delle loro sciocche tesi: caro Vasco, per favore, smetti una buona volta di fare dischi. Dai.

diamantiSudafrica! Oggi tutti hanno in bocca questa parola, ma cosa sappiamo realmente di cos’è il Sudafrica?

Secondo la moderna paleoantropologia, il Sudafrica fu probabilmente la “culla dell’umanità”; qui (soprattutto nella zona del Transvaal) si sono infatti trovati fossili di australopiteci, Homo habilis, Homo erectus e altra robaccia assortita. Molti secoli più tardi fu colonizzato da degli olandesi speciali chiamati “boeri”, gente alla buona e di poche chiacchere, dedita a coltivare la terra, le cui donne preparavano delle gustosissime caramelle di cioccolato ripiene di liquore alla ciliegia. Queste caramelle si chiamano Boeri e sono ancora oggi apprezzate in tutto il mondo.

Un fatto noto a tutti è che il Sudafrica è pieno di diamanti, ce n’è dappertutto, lì non costano praticamente un cazzo. In stagione li paghi al chilo meno che le zucchine qui da noi, e a volte li infilano nei Boeri come sorpresa, ma è una sorpresa che non piace a nessuno. E sono praticamente indistruttibili! Magari uno c’ha il cortile pieno di sacchi di diamanti e vuole disfarsene: non può nemmeno romperli. Per questo il governo sta facendo costruire degli enormi buchi sotto terra, pieni di gallerie, per buttare via questo eccesso di diamanti che non serve a niente.

Il Sudafrica, molti si ricordano che è stato a lungo flagellato dalla piaga dell’apartheid [pron. apartàid]: in pratica le persone negre, o con un nome da negro, o che portavano cappelli da negro, erano considerate “persone di serie B”, con cui non era utile perdere tempo, e a cui venivano sempre rifilati i diamanti peggiori. Questa situazione durò per un po’, finché venne abolita, ed i negri ne approfittarono subito per eleggere presidente uno dei loro, tal Nelson Mandela, un tipo sbucato fuori chissà da dove, che erano anni che non si vedeva in giro. Adesso i diamanti peggiori li danno ai bianchi, ma così è la vita: oggi tocca a me e domani a te.

Un’ultima osservazione: in Sudafrica sarà presente, per la prima volta nella storia, la nazionale di “calcio” della Nuova Zelanda, per partecipare a quelli che si annunciano come i “veri mondiali di calcio” del 2010. Il prodotto tipico della Nuova Zelanda sono i Maori, delle caramelle dolcissime ripiene di liquore alla mora. Sono un prodotto goloso ma ipercalorico: infatti se dei Maori si incontrano con dei Boeri su un autobus, avviene il diabete.

cervelloMi sembra proprio che sia arrivato il momento di chiamare il rottamatore.

– Pronto?

– Pronto, ciao Rogelio. Sono Ruphus.

– Ciao Ruphus, come butta?

– Eh, si tira avanti. Una domanda: ma tu rottami solo macchine?

– Che, vuoi scherzare? Macchine, motorini, camioncini, sidecars, tutto. Che c’hai, un elicottero?

– No no, pensavo che magari era ora di rottamare il mio cervello. Me lo ritiri?

– Il tuo cervello? Sei matto? Ma se lo sanno tutti che è da buttare. Che ci faccio io con un cervello da buttare? Manco un paio di neuroni si riesce a recuperarci.

– Che dici, Rogelio? Ma se siamo amici, lo sai che è quasi nuovo, usato pochissimo…

– Guarda, piuttosto che pigliarmi il tuo cervello mi prendo il buco del culo di José il parrucchiere. Che magari lo riciclo come canotto. Ma col tuo cervello, dimmi tu, che ci faccio?

– Rogelio…

– Senti, piuttosto. Sono riuscito a recuperare due carburatori asimmetrici di una Simca del ’74. Che dici, ti interessano?

– Non lo so Rogelio.

– Sono ormai introvabili, lo sai.

– Magari domani passo a vederli.

– Ecco, bravo. A domani.

– Ciao Rogelio.

– Ciao.

scabbiaTre cose a caso che non mi piacciono, non le posso soffrire, mi fanno schifo. Tutt’e tre hanno a che fare con il culo.

1. Le emorroidi (non servono spiegazioni, vero?)

2. Quando nei films porno viene inquadrato il buco del culo degli attori maschi

3. Quando nei films porno viene inquadrato il buco del culo degli attori maschi, e hanno le emorroidi (orrore!)

Cambiando prospettiva, una cosa a caso che non mi piace, non la posso soffrire, mi fa schifo, ma che non c’entra direttamente con il culo è il cosiddetto “profumo” Patchouli, di cui gli hippies, e anche molti non-hippies, adorano inzupparsi. È veramente una cosa nauseabonda, intollerabile. Puah.

Ruphus: Ciao, Ruphus. Tu hai sostenuto che, a parte la cerchia dei tuoi parenti più stretti, l’essere a cui hai voluto più bene in vita tua non appartiene alla razza umana. Lo confermi?

Ruphus: Assolutamente sì.

R.: Non te ne vergogni?

R.: No. Al cuore non si comanda.

R.: …

R.: Vuoi che approfondiamo?

R.: Magari è meglio lasciar perdere…

R.: Come vuoi.

polloChe poi, più o meno, dovrebbe essere il mio più antico ricordo databile con certezza: avevo due anni e tre quarti, stavo delle ore ad aspettare in ospedale perché doveva nascere, o era appena nata, mia sorella. Faceva caldo e mi annoiavo, e mio padre, per distrarmi, mi disse: “Tu aspettami qui, che vado a prendere i bruttimabuoni, torno subito” (spiego per i fuori regione: trattasi di dolcetti alle mandorle). In quella passa mia zia Cicci e, vedendomi lì soletto, chiede di mio padre. “È andato a prendere…“, e subito mi blocco, perché non mi viene la parola bruttimabuoni, sentita per la prima volta pochi minuti prima. “È andato a prendere una cosa da mangiare, ma non mi ricordo come si chiama“, spiego allora tutto preciso. E la zia: “Una cosa da mangiare? il pollo?“. Ricordo perfettamente che la fissai con gli occhi sbarrati, perché non volevo credere a ciò che avevo udito. Il pollo? come il pollo? secondo te posso aver dimenticato come si chiama il pollo? davvero hai potuto pensare una stronzata del genere?

Fu un lampo, che mi cambiò per sempre. Capii in un istante che anche un grande, un adulto, può essere uno stupido. Smisi di credere nei grandi, e a ruota in molte altre cose. Mi feci cinico ed arrogante. Avrei passato il resto della mia vita ad imparare a perdonare gli stupidi, non sempre riuscendoci.

Ed insomma, quel giorno d’estate Ruphus (di anni due e mesi nove) stende al tappeto il resto del mondo, malamente rappresentato dalla vecchia zia. Comprensibile il decollo verticale della sua autostima, ed il gonfiarsi a dismisura del suo ego, pari solo al disprezzo immenso che ha poi sempre provato per chi diceva “perché sì“. O per quegli altri, quelli del “l’ha detto la maestra“, e quelli del “l’ha detto il telegiornale“.

I bruttimabuoni, come succede con molti prodotti tipici (specie alimentari), ciascuno pensa che sono originari della propria terra. In Toscana, dove hanno più d’un problema con la lingua italiana, li chiamano “bruttiboni” e credono che siano originari di Prato.

cervezaQuando conobbi Marcos, anni fa, era grande e grosso. Ed era un grandissimo consumatore di birra e di cannoni (spinelli, sigarette piene di droga leggera, per intenderci). E in tutti questi anni Marcos non ha mai smesso di essere un grandissimo consumatore di birra e di cannoni. Poi, un paio di mesi fa, il dottore gli ha detto: “Marcos, non puoi continuare così, devi scegliere: o la birra o i cannoni” (forse non ha detto proprio “cannoni”, magari ha detto “sigarette piene di droga leggera”, ma non importa). Marcos ci ha pensato una frazione di secondo e ha risposto, con un sospiro: “Ok, via le birre, ché ai cannoni porprio non ci posso rinunciare“. E così il mio amico Marcos ha smesso di bere la birra. Se proprio è in giro di festa, magari si concede un gin-tonic o due, ma proprio in via del tutto eccezionale. Basta birra, basta alcol. Si consola con i cannoni, magari ne fuma più di prima, ma con la birra ha smesso.

E ha smesso con impegno. Adesso quando arriva al bar, per prima cosa ordina una birra piccola. Che per uno come lui, una birra piccola è proprio come non berla. Lui ha sempre bevuto birre grandi, e vederlo lì, tutto grande e grosso, con in mano una birrettina piccola di quelle che si scolano in un sorso, beh, ha ragione lui, è proprio come non berla. E siccome ha proprio smesso, per ribadire questo concetto subito dopo ordina un’altra birrettina piccola. Via anche quella, in un sorso. E poi un’altra, e un’altra, e altre due e altre tre. Solo quando si è scolato almeno una quindicina di birrettine piccole, solo allora, quando praticamente ha smesso del tutto, quando non rimane alcun dubbio sul fatto di aver proprio smesso definitivamente di bere la birra, ecco, allora, tutto soddisfatto, ordina la prima birra grande. Che dopo tutto quell’aver smesso, se la merita proprio una bella birra.

I bar della provincia di Almería, nonostante la botta iniziale, stanno cominciando a riprendersi dal grave choc provocato dalla notizia di Marcos che ha smesso di bere la birra.

grassaDa parecchi anni ormai, puntualmente, una o due volte tra ottobre e maggio Ruphus diventa preda per qualche giorno di una tosse particolarmente violenta e fastidiosa. Da parecchi anni ormai, puntualmente, una o due volte tra ottobre e maggio si svolge il seguente siparietto tra Ruphus e il farmacista:

Ruphus: Salve. Ho una tosse molto forte e vorrei qualche cosa per calmarla. Qualcosa di potente, se possibile.

farmacista: Certamente. Si tratta di una tosse grassa o secca?

R.: Mi scusi, non ho capito la domanda. Potrebbe riformularmela in maniera più precisa?

f.: Voglio dire, la sua è una tosse, diciamo così, ecco, molto secca, o non piuttosto una tosse, come dire, magari un po’ più grassa?

R.: Ma, guardi, a me sembra proprio una tosse così, molto forte, tossisco molto. Tossire mi sembra una cosa piuttosto secca in sé, non riesco ad immaginare una tosse grassa. Cosa intende per tosse grassa?

f.: Eh, una tosse insomma, anche con espettorazioni, sa, più… più grassa, ecco. Non secca. Non una tosse così, secca. Grassa.

R.: Mi scusi ancora, non riesco a comprendere i termini della questione. Non avrebbe mica un prodotto più generale, utile sia in caso di tosse grassa che per quella secca?

f.: Certamente, ecco qua. Un cucchiaio, massimo due, ogni otto ore.

Io mi bevo lo sciroppo, dopo qualche giorno la tosse se ne va, e io resto con il grande interrogativo se la mia sia una tosse secca o grassa.

Finché, l’altro giorno, evviva evviva, mi sono svegliato con una bella tosse che non era come quella di sempre. Era grassa. Me la sentivo grassa, era evidentemente grassa, anche con espettorazioni. Ho capito in un istante che la tosse che avevo sempre avuto era una semplice tosse secca. Una tosse da stitici. Da taccagni. Una tosse da morti di fame, da squallide vecchiacce, da poveri curati di campagna; insomma, una miseria di tosse. Questa invece no, questa era una bella tosse ricca, pastosa, avvolgente, da signori, grassissima. Anche le espettorazioni, sissignore, anche quelle di colori forme e consistenze diverse, copiose ed interessanti. Sentendomi una persona nuova sono volato in farmacia e alla fatidica domanda che per anni mi aveva fatto sentire un povero deficiente, ho potuto finalmente rispondere: “Grassa, mi è venuta una tosse bella grassa“. E mi sono dilungato sui particolari: “Soprattutto la mattina, sa? Che poi verso sera la noto che si fa un po’ più secca, solo un pochino però, lei mi capisce, vero? Però si tratta sicuramente di una tosse grassa, anche con espettorazioni“. Ero fiero e raggiante. Né ha intaccato la mia felicità il fatto che il farmacista mi abbia rifilato lo stesso sciroppo dell’anno scorso: “Un cucchiaio, massimo due, ogni otto ore“, mi ha spiegato, senza sembrar condividere il mio entusiasmo. Ho sospettato che la domanda che per anni mi ha angosciato, questo perentorio “Secca o grassa?“, che sembrava essere la chiave per capire e di conseguenza lenire i miei dolori, fosse in realtà solo uno stanco rituale in cui il farmacista stesso era il primo a non credere. Mi ha fatto un po’ pena.

Io adesso sto bevendo il mio sciroppo ogni otto ore, tra qualche giorno la tosse mi abbandonerà, ma io mi sento tanto più ricco, più completo. Non si finisce mai di crescere, non si finisce mai di imparare.

troieRuphus: Ciao, Ruphus. Ma c’è almeno una cosa che ti piace, della politica italiana?

Ruphus: Sì certo, le troie.

R.: Intendi le escort?

R.: Sì, quelle. E i trans, un sacco.

roccoEcco. Ieri hanno tolto le palle al Rocco. Dice il veterinario che c’era un piccolo tumore, e poi gli faceva male, e insomma, via, tagliare. Un’oretta addormentato, e si è svegliato un po’ più leggero. Tristezza e sgomento tra le cagnette di San José. Ma fermi tutti. Giusto un attimo prima che l’imbecille di turno cominci a sghignazzare, o a fare ironie del cazzo, lasciatemi ricordare un paio di cose: 1. il summenzionato imbecille dovrà ritenersi baciato dalla fortuna se, giunto alla fine della miglior carriera sessuale che possa desiderare per sé stesso, avrà trombato la metà (o un quarto) di quello che ha trombato il Rocco; 2. sono decine e decine i cani, sparsi tra l’Italia, la Spagna e chissà dove altro, che possono orgogliosamente vantare cotanto padre; 3. il noto attore sentimentale Rocco Siffredi, che fin dagli esordi della sua gloriosa carriera si è dichiaratamente ispirato al mio cane, ha mandato un affettuoso telegramma di commossa partecipazione.

Insomma, il vecchio guerriero, quello che ha cambiato per sempre le regole della seduzione canina a San José, è andato in pensione: lo aspettano lunghe passeggiate al sole, finalmente incurante della tirannia ormonale delle femmine, partite a carte al circolo dei vecchi, tanta pace e saggezza. Ogni tanto uno dei figli manderà una cartolina dai posti più disparati del mondo, e lui tirerà fuori uno di quei sorrisi per i quali continuano a sbrodolare cagnette di tutte le taglie e di tutte le razze. James Dean, sposta il culo, che un nuovo mito è venuto a svaccarsi nell’Olimpo dei fighi di tutti i tempi.

della sua gloriosa carrieradella sua gloriosa carriera

norrieIn Australia il primo essere umano senza genere: è Norrie May-Welby, uno scozzese che da anni vive a Sydney. E’ diventato la prima persona al mondo ad essere riconosciuta “di sesso non specificato” da un governo. Norrie, 48 anni, è nato maschio ma nel 1990 ha cambiato sesso. Una volta emigrato in Australia gli era stato rilasciato un attestato che lo dichiarava di sesso femminile, ma a quel punto  May-Welby “non si sentiva più a suo agio con una identità unicamente femminile”.

[notizia di repubblica.it]

In Svezia il primo essere umano con due generi: è Pedro María Gusmano, un cileno che da anni vive a Malmö. È diventato la prima persona al mondo ad essere riconosciuta “di entrambi i sessi” da un governo. Pedro María, 48 anni, è nata femmina, ma nel 1990 ha cambiato sesso. Una volta emigrata in Svezia gli era stato rilasciato un attestato che lo dichiarava di sesso maschile, ma a quel punto Pedro (o María?) “non si sentiva più a suo agio con una identità unicamente maschile”. Ha più di 5000 amici su Facebook.

A Pioltello (MI) il primo essere umano col genere a giorni alterni: è Salvatore Scoppietta, un calabrese che vive da anni in Lombardia, la prima persona al mondo ad essere riconosciuto dalla Motorizzazione Civile “di sessi alterni”. Salvatore, 48 anni, è nato pastore, ma dal 1990 i giorni pari è femmina, si chiama Daniela, e può circolare con la sua Twingo a targa pari; i giorni dispari è maschio, gira col Fiorino (targa dispari) e organizza manifestazioni contro i froci.

A Bilbao (Spagna) il signor ‘Ngwomi Banesto, un pittore surrealista di 48 anni nato da un mango in Svizzera ma convertitosi nel 1990 al confucianesimo, è stato riconosciuto da Niels Liedholm la prima persona al mondo “a sesso variabile”. È maschio in sala da pranzo, in garage e in cantina; e al cesso. È invece femmina davanti alla TV, in cucina, in soffitta e nel giardino davanti casa. In camera da letto, dipende con chi ci finisce. Si sposerà presto con Renato Zero, una medusa canadese di 48 anni a cui nel 1990 è apparsa una madonna di torrone intagliato e che è stata riconosciuta da un simpatico dittatore centroafricano il primo caso di “sesso a chiazze”: maschio nei gomiti, nel pomo d’Adamo e nella gamba sinistra, femmina nelle braccia, attorno all’ombelico e nelle unghie dei piedi (il buco del culo, come sempre, bisex).

Oreste, un malato mentale di 48 anni dimenticato in un ospedale pischiatrico ufficialmente chiuso, con i giornali, e con le notizie che non sa e non vuole leggere, continua a pulircisi il culo, perché la carta igienica è dal 1990 che non ne portano più. Poi esce nel cortile vuoto, ride forte guardando il sole, e comincia a girare in tondo.

alambiccoQuando eravamo piccoli, io e mia sorella potevamo vantare, tra l’invidia generale, ben sei nonni e una bisnonna. Che se ognuno di essi avesse sganciato la sua regolare “diecimila”, capace che a dodici anni già vestivo Armani e fumavo Habana, circondato da puttanoni di lusso e cocaina colombiana. E invece alcuni erano lontani e li vedevamo poco, altri cominciarono a morire presto, insomma, pur con tanti nonni a disposizione alla partenza, non crescemmo in un ambiente iper-nonnizzato; e di “diecimila”, ben poche.

La più figa di tutti era la bisnonna: questa povera contadinotta nata sul finire dell’Ottocento in mezzo ad una dozzina abbondante di fratelli e sorelle, con la sua terza elementare, di cui andava ben fiera, aveva traversato l’oceano in bastimento per emigrare in ‘merica, come si faceva allora. Altro che “mi faccio un fine settimana da sballo a Londra, o a Goa“. E laggiù in America, addirittura nel Massachusetts, la mia bisnonna lavorava in fabbrica e distillava il whisky. Quando era illegale sia farlo che berlo. Ma per minimizzare i rischi vendeva il prodotto direttamente agli sbirri. Era fatta così. E sempre da quelle parti conobbe il grande Enrico Caruso, che anzi passava a casa sua a trovarla e a mangiare il lardo, che gli faceva bene alla voce, diceva.

Uno che invece non volle lasciar pranzare in casa sua fu Sua Eminenza il Cavalier Benito Mussolini, di tournee sul lago di Garda a cercar fedi per la patria. La bisnonna, che nel frattempo, tornata dall’America, aveva montato in paese una locanda col bisnonno, disse che lei, eminenza o non eminenza, a uno così non gli dava da mangiare. Il capoccione, visto il caratteraccio, dovette ripiegare ed andò a mangiare da un’altra parte.

Poco dopo, sul finire degli anni ’50, quando dagli States cominciava a sbarcare la modernità, la bisnonna entrò in età pensionabile e si appassionò un sacco alla santa messa in TV: uno dei pochissimi frutti del progresso che  riuscì ad apprezzare davvero. Passarono i Kennedy, il papa buono, l’uomo sulla luna; al bisnonno prima amputarono una gamba, poi morì. E passarono le Brigate Rosse, vincemmo un mundial grazie ad un allenatore con la pipa, Renzo Arbore portava il made in Italy ai parenti americani, e la mia bisnonna, tutte le domeniche metteva il primo canale, che c’era la messa in diretta. Ecco, la messa e Furia cavallo del west, questi ricordo che erano i suoi programmi in assoluto preferiti. Morì contenta, credo; che lei sì l’aveva fatto il Novecento, altro che Bertolucci.

L’altro giorno, con la morte dell’ultima nonna avanzata, è finito un altro pezzetto di qualche cosa.

bastimento

ferro da stiroHanno un loro blog del cazzo, come questo che stai leggendo o anche peggio, in cui dissertano delle proprie emorroidi o delle beghe col vicino; e poi scrivono tutti premurosi e precisini: “Disclaimer: questo blog non è una testata giornalistica, e bla bla bla, non è pertanto soggetto alla legge tale e tal’altra, e bla bla bla, aggiornato senza periodicità, e diritti d’autore, e bla bla bla…” e via stronzate del genere, serissimi. Disclaimer? testata giornalistica? eh?  ma sei sicuro? E quei grafomani logorroici che ci tengono a sottolineare che se vuoi riprodurre i loro chilometrici e vacui contenuti devi chieder permesso e magari puranche pagare! Riprodurre? pagare? eh? c’è mica qualcuno che si sta prendendo un po’ troppo sul serio, magari?

Ho passato il pomeriggio a fotografare una vipera morta. Non sorridono le vipere.

Disclaimer: questo blog non è un vibratore in lattice. Ciò non impedisce che ai sensi di legge te lo puoi comunque infilare dove ti pare.

emmenthalPost dedicato all’amico Corrado B., emigrato in Svizzera per suonare il clarinetto basso.

La Svizzera, nota anche come Confederazione Elvetica, fu costruita in tempi non sospetti ai piedi del noto vulcano Vesuvio: situazione solo potenzialmente pericolosa in quanto questo vulcano, come tutti gli svizzeri, non ama lavorare ed erutta molto raramente. Per secoli l’economia e l’immagine della Svizzera nel mondo si sono basati sulla canzone svizzera: basti pensare ad Enrico Caruso, unico tenore con problemi alla prostata a cui negli Stati Uniti hanno dedicato una serie di francobolli. Purtroppo dalla metà degli anni ’70 gli svizzeri abbandonarono questo modello di sviluppo e si orientarono verso il furto di autoradio, la cocaina, e gli articoli di lusso taroccati. Questo cambio direi quasi esistenziale fu dapprima osteggiato, ma poi ampiamente favorito dalla cosiddetta “camorra”, una specie di società segreta che governa i destini della Svizzera praticamente da sempre. Intere fortune furono edificate in pochi anni sul furto di autoradio, fiumi di denaro cominciarono a scorrere senza controllo, finché un giorno venne annunciato l’acquisto, presso il bar-tabaccheria Hemingway, di Diego Armando Maradona. Con Maradona la Svizzera vinse i suoi primi (ed unici) due scudetti nella specialità sportiva del “calcio”, ma fu il canto del cigno. Una mattina la Svizzera si svegliò che Maradona non c’era più. E non c’era più nemmeno la cocaina. E niente autoradio, né articoli di lusso taroccati. Era ufficialmente finita un’epoca.

Iniziò così l’ultima fase della Svizzera, quella della decadenza. La città, privata ormai dell’aura di leggenda che l’aveva circondata per secoli, si dedicò a coltivare mestamente l’emergenza rifiuti ed un timido aumento del 2% annuo dei tumori infantili. Le vecchie e i pazzi sognavano Maradona che dava i numeri del lotto, ma sempre più sbagliati. Intere famiglie, prive di autoradio e anche solo dell’illusione di poter un giorno rubare una vera autoradio, si riversavano la domenica pomeriggio a rubare l’erba sulle scarpate dell’autostrada, mentre nei vicoli risuonava il rumore di lattine vuote trascinate dal vento.

Oggi la Svizzera è una città in cerca di riscatto: qualcuno cerca di reintrodurre la cocaina, ma la concorrenza della Standa, con i suoi prezzi stracciati, non dà scampo; abbandonata anche dalla “camorra” (che ha reinvestito i suoi lauti guadagni in autentici paradisi fiscali), la Svizzera vive di ricordi e di piccoli ortaggi. All’ombra dell’impassibile Vesuvio.

sesso analeIl sesso anale, lungo i secoli, è stato sempre guardato con una certa perplessità, in quanto a lungo si è ritenuto che avesse troppo a che fare sia con il culo (la parte anatomica), che con i culi (gli omosessuali). Gli omosessuali a loro volta in certe epoche hanno goduto di stima e rispetto (per esempio nella Grecia classica), altre volte hanno goduto di meno, ma quando godono è innegabile che ciò avviene per mezzo del sesso anale.

Un altro fattore che secondo me contribuisce a mettere il sesso anale in una luce sinistra è che esso può comportare la comparsa di macchie marroni sul bigolo della parte attiva. Eh sì, cari amici: il sesso anale, quando se ne parla, ma assai di più quando lo si pratica, è importantissimo definire da che parte dello sfintere ci si trova, questo per evitare spiacevoli sorprese. Si possono quindi dividere i praticanti tra proctofili “passivi” e “attivi”: ognuna di queste posture ha i suoi pro e i suoi contro, facilmente intuibili, e non ci dilunghiamo. […continua…]


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droga e puttaneLa Spagna, dai tempi del generalissimo Franco, ha fatto passi da gigante. Ma il futuro non è arrivato ovunque con la stessa intensità. Mentre a Madrid si inaugurano grattacieli su grattacieli e i treni ad alta velocità cominciano a sbuffare su e giù per la penisola iberica, nel paesello andaluso che mi ha accolto (San José, Almería) passato e modernità si intrecciano in un pittoresco intarsio di tradizioni tuttora ben radicate e nuove usanze che faticatno ad aprirsi il passo.

Da quando, una ventina d’anni fa, fu installata la prima linea telefonica presso il bar-ristorante El Emigrante, progressi ne sono stati fatti: nel frattempo sono arrivati l’internet, con tutta la sua banda larga; il servizio bagnini in estate; due edicole con riviste nazionali ed internazionali (compresa la Settimana Enigmistica) e le cartine OCB e Smoking; l’illuminazione pubblica anche notturna; autocorriere tutti i giorni da e verso il capoluogo; due banche e tre bancomats; ed un lungo eccetera di ammodernamenti che rendono la vita più comoda ed al passo con i tempi. Da qualche giorno addirittura dicono che sia arrivata l’acqua potabile dai rubinetti, ma comunicazioni dal comune non ne vengono, e l’autobotte continua a riempir taniche tutte le mattine, alle 11 nel posteggio municipale. Sembra Beirut, ma con più allegria.

posteE molto ancora resta da fare: le poste per esempio. La postina non riesce a starci dietro al lavoro, e molla la posta un po’ dove capita. Soprattutto se legge un cognome straniero, sia esso inglese, italiano o russo, abbandona la lettera nel primo posto che le sembra adeguato. La gente s’arrabbia perché non ha ancora capito che le cose funzionano cosí. Io, invece, non mi arrabbio. Un’altra cosa che ancora è lasciata un po’ allo sbando è l’approvigionamento di droghe illegali. D’estate, quando arrivano un sacco di turisti che giustamente hanno voglia di svagarsi, di solito c’è qualche italiano che si improvvisa spacciatore, ma così, in modo amatoriale, senza la professionalità che la situazione richiederebbe. Spesso mancano droghe anche importanti, o quando ci sono la qualità è quella che è. E ancora una volta la gente s’arrabbia. Io no: osservo e ridacchio. Per non parlare della situazione in inverno: lo spaccio al dettaglio rimane appannaggio dei ragazzini, con i risultati che possiamo immaginare. La gente s’arrabbia, protesta, ma sono proteste sterili, non costruttive; nessuno si organizza per mettere in piedi un servizio decente.

E la prostituzione? Qualche anno fa era giunto in paese un signore italiano, con una pancia enorme. Lui aveva i contatti giusti, aveva chi gli portava le ragazze, non so se dall’est o dal Sudamerica, insomma voleva mettere su un bel club (come qui chiamano i bordelli), aveva già trovato il posto. E invece niente, viene la Guardia Civil e gli dice che no, che non si può fare, che questo è un posto turistico. Come se i turisti non andassero a puttane, ma guarda un po’. Adesso questo signore non si sa dove sia finito, sicuramente avrà trovato un posto più accogliente per piantare i propri affari, e qui in paese ci sono solo un paio di marocchine che esercitano; a beneficio solo dei marocchini, credo, perché sono ben brutte e per poco che possano costare, beh…

Un’altra cosa in cui San José è carente è la distribuzione gratuita dei sacchetti per raccogliere le merde dei cani, che in Trentino c’è ormai da molti anni. La gente pesta le cacche, ma non protesta più di tanto perché non sa nemmeno che si tratta di una cosa da arretrati.

lapo elkannLa gente che non è vissuta allora non lo crederà, ma già allora, e non soltanto adesso, i tempi procedevano alla velocità di un cammello. Non si sapeva però in quale direzione. Ed era difficile distinguere il sopra dal sotto, e le cose in regresso da quelle in progresso.

[Robert Musil, da L’uomo senza qualità]

Essere l’ultimo rampollo della più blasonata dinastia industriale italiana; poter avere a disposizione, quasi per diritto divino, tutto il comprabile esistente o esistibile; e non riuscire ciononostante a scrollarsi di dosso una certa qual aura da sfigato. Come l’ultimo Buendía, quello che nasce dopo cent’anni con il bigolo arricciato come un cavatappi. Amaro è il destino del signor Lapo Elkann, un nome da fumetto tenerone scaraventato in un mondo troppo duro. Destino amaro, e non è ancor certo se nel mondo di domani la memoria collettiva riuscirà ad associare alla sua persona qualcosa in più di un coma da cocaina transessuale.

Il ragazzo è buono, c’ha uno sguardo mite e sarebbe anche pieno di buone intenzioni; il problema è che i primi a non credere in lui sono quelli della gran famiglia. Doveva rilanciare nientemeno che il marchio FIAT, una parola: inteso come marchio d’automobili è evidente che sarebbe stata impresa titanica e destinata a necessario fallimento. Ma lui non s’è scoraggiato, e ha venduto per il mondo milioni di felpe con scritto FIAT, che vanno a ruba e dicono anche che siano di buon tessuto, mica come i coprisedili della Ritmo. La concorrenza, anche fica, Audi o Mercedes per dire, non risulta che tirino altrettanto nel segmento felpe [*].

L’ombra grossa del nonno, dicono, impossibile da dimenticare. E le disavventure che perfidi nemici continuano a buttargli addosso. Adesso ha aperto uno studio creativo in pieno centro, a Torino, e si è messo a progettare occhiali in carbonio e “idee”. Gli occhiali in carbonio sono occhiali in carbonio, c’è poco da discutere, anche se non si sa a cosa cazzo servono. Sulle idee sta lavorando sodo: previsti a breve il lancio del “panino con pomodoro e mozzarella” e un innovativo “ombrello in tessuto impermeabile”. Più altre cose, ovviamente top secret.

Una volta Lapo Elkan disse: “Credo nell’aldilà, ma la Chiesa rallenta la competitività“. Qualcosa da obiettare?

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[*] Quando si parla del mercato dell’auto, è importante usare il termine “segmento”.

birbaPss, non lo dite a nessuno. Un piccolo segreto. Non posso farci niente. Mi dà un gusto speciale, godo come una vaporiera, quando questa signorina gentile si raccomanda che allacciamo le cinture di sicurezza, e che le manteniamo allacciate almeno durante le fasi di decollo e atterraggio. Io, ovviamente, non allaccio un bel niente, mi sistemo in grembo una maglia o qualcosa e poi quando la signorina passa a controllare, le sorrido beato. E poi, ma che resti davvero tra noi, che non si sa mai, se mi sento particolarmente birichino mi piace anche di lasciare acceso il cellulare durante tutto il volo. Ops! Questo forse non dovevo dirlo? Ma sono fatto così, una vera birba. E poi mi piace da matti quando la signorina mi scopre e mi fa così col dito, come faceva la maestra quando la combinavo un po’ grossa.

Ti fa così col dito, la maestra, ma intanto ti sorride, per farti capire che è arrabbiata, sì, ma non troppo. Che ti vuole ancor bene. Che sarà ancora lieta di averti a bordo. Che spera tanto tu scelga ancora questa compagnia per i tuoi prossimi voli. Io le adoro, queste signorine carine degli aeroplani. E come la maestra, che a distanza di tanti anni si ricorda ancora di tutti i bimbetti che le sono passati per le mani, e potrebbe fare a memoria l’appello di una classe di quarant’anni prima, allo stesso modo mi piace pensare che queste signorine conservino per ognuno di noi passeggeri, anche per quelli più birbanti, un angolino in fondo al loro cuore; e che potrebbero di ognuno ricordare il numero di volo, e forse anche quello della poltrona, e l’aeroporto di destinazione. E che a quel giovanotto timido della terza fila piaceva tanto la ragazzina carina che guardava fuori dal finestrino. Stop.

pistolaEssendo il mio amico Luca per l’appunto il mio amico Luca, ho fatto uno strappo alla mia regola generale di non accettare inviti a pranzo da gente recentemente riprodottasi. Hanno fatto un figlio e l’hanno chiamato Riccardo. Ne hanno fatto un altro e l’hanno chiamato Vincenzo. “Ah, in onore della nonna” ho pensato. Ma poi mi è venuto in mente che la mamma del Luca si chiama A. più o meno da sempre. Il tarlo continuava a rodermi il cervello, finché un lampo ha illuminato la notte: la mamma del Luca si chiama A., sì, ma Alfonsi di cognome. Chiaro? No? Da Alfonsi ad Alfonsine il passo è breve; Alfonsine, località del ravennate nota per aver dato i natali al poetastro Monti, il “traduttor de’ traduttor d’Omero”. E come si chiamava il Monti di nome? Ma Vincenzo! Olè, applausi! Il cerchio si chiude ed io son contento.

Banane a parte, abbiam chiaccherato di questo e di quello, ed il Luca mi ha spiegato come mai un album così bello come Revolver dei Beatles ha avuto in sorte una copertina così brutta: tutta colpa, pare, di un ubriacone tedesco (di Amburgo). Mi son scordato di chiedergli come mai ad un album così bello avessero dato un titolo così stronzo.

revolver

Il würstel, detto anche salsicciotto, (il termine proviene dal diminutivo della parola tedesca Wurst, “insaccato”, secondo i dialetti tedeschi meridionali, laddove il termine in Hochdeutsch suonerebbe Würstchen) è una specie di insaccato fatta con carni tritate, bovine e suine, tipica della Germania e dell’Austria e, in Italia, dell’Alto Adige.

noia1. Nei bars, enigmatici cartelli invitano a provare il caffé con ginseng. Ce n’era proprio bisogno, no?

2. Avevo dimenticato la potenza devastante del riscaldamento centralizzato nei condomini trentini! Aiuto! Soffoco!

3. A forza di gallerie, le strade trentine sono state completamente rettificate in meno di vent’anni. Non più una curva. A forza di rotonde, le strade trentine si stanno completamente rotondizzando in meno di cinque anni. Non più un pezzo di strada dritta a morire. Autotrasportatori e camperisti ringraziano.

4. Il localino più bello, più allegro, più vivace (e non ci vuole poi molto) che c’è a Trento è sicuramente il Circolo dei Redicoi, Reversi e Policarpi in via S. Martino. Tutti vecchi (a parte i giovani), ma tutti con una gran voglia di festa addosso. C’era il Meo vestito da donna, che fumava di nascosto. Abbiam giuocato alla morra, finalmente, bevendo vino rosso. Se ha un senso per me un’espressione come “tornare a casa”, immagino che sia più o meno questo.

5. Giovani fanciulle vessate da un funzionario astratto cercano tra le lagrime di far entrare il loro bagaglio a mano nel ridicolo parallelepipedo di misurazione. Sono viaggiatrici RyanAir. Il funzionario mi punta, punta il mio zaino oversize, gonfio e sformato. Io sorrido, sventolo il mio biglietto Iberia e tiro dritto. Il funzionario ci rimane male, io godo. Cose belle della vita.

6. È iniziato il Festival di Sanremo, detto anche poeticamente il “festival dei fiori”. L’Italia si occupa del vestito rosso della presentatrice.

7. Negli uffici del Mart (Rovereto) si cazzeggia allegramente e ci si rimpalla l’odiesse di scrivania in scrivania. Poi qualcuno dice “l’ho firmato io“, tutti si tranquillizzano e tornano a cazzeggiare. Ignoro cosa sia l’odiesse, ma deve essere più o meno l’architrave su cui poggia l’intera struttura museale.

calcioCi sono questi che vogliono che parliamo di “calcio”. E allora parliamone. Devo gentilmente premettere che io non ho molta esperienza diretta di tale fenomeno, in quanto ho partecipato in prima persona solamente in una occasione: nelle qualificazioni ai mondiali di Francia ’98, mi fu chiesto di sostituire mi sembra Zambrotta; feci abbastanza bene e favorii pure il gol della vittoria. Ma a parte questo, tutto quello che so sul “calcio” si può sintetizzare in cinque punti:

1) L’attaccante Aldo Serena è nato a Montebelluna (grazie a Xenja Plasma per questa notizia).

2) Agostino Di Bartolomei è stato un potentissimo rigorista della Roma. Finita la carriera, si è suicidato (mediante sparo alla tempia) sul terrazzo della sua villa tra i castelli romani. Vestiva un accappatoio forse di seta.

3) I “calciatori”, quando vanno in ritiro per allenarsi tutti insieme, dipende dall’allenatore se hanno il permesso o meno di avere rapporti sessuali, sia con le loro legittime mogli/fidanzate, sia con professioniste a pagamento.

4) Gli arbitri di Serie A possono anche essere completamente pelati. Vengono considerati i migliori del mondo. La mia prof di lettere al liceo aveva un figlio completamente pelato; noi che eravamo solo dei ragazzi, ridevamo. Adesso sappiamo che ridere delle disgrazie altrui non sta bene.

5) Quando spararono al noto ornitologo Palmiro Togliatti, chiesero per favore a Bartali Gino di vincere una tappa del Tour de France per evitare la rivoluzione. Questo non c’entra direttamente con il “calcio”, ma è un chiaro esempio di come lo sport in generale sia stato utilizzato in passato (oggi non si usa più) per mantenere calme le masse lavoratrici.

Detto questo, che può sembrare anche poco ma non lo è, occorre riconoscere che il mondo del “calcio” è tuttora funestato da episodi molto gravi, primo fra tutti quello dei cosiddetti “cori razzisti”, che non sono ancora stati ben capiti dagli esperti. I “cori razzisti” sono un problema soprattutto perché possono causare la sospensione della partita, o la sconfitta a tavolino. Ma il razzismo è una malattia con radici profonde e non si può pensare di eliminarlo a tavolino, tra un rutto e una manata sul culo della cameriera. Somala. Vanno studiate delle soluzioni, radicali, per esempio si potrebbe fomentare il fenomeno collaterale degli incidenti tra ultras in chiave antirazzista, o delle raccolte di firme tra personaggi dello spettacolo. Inoltre questi “calciatori” pagati come delle autentiche stars, dovrebbero essere un esempio per i giovani e cantare in coro l’inno nazionale antirazzista; invece comprano macchine costosissime e spendono tutto dal parrucchiere. Responsabilità, questa è la parola chiave. Non si può imporre la responsabilità a tavolino, ma non possiamo far finta di niente di fronte al continuo rincarare del gesso che usiamo per segnare le righe del campo. Dove andremo a finire?

Registriamo per dovere di cronaca che il Partito Democratico ha recentemente dato un leggerissimo segno di vita nella persona del segretario nonmiricordoilnome Bersani, intervenuto a dire la sua sul “caso Morgan vs. Sanremo” (per inciso, ha detto qualcosa del tipo: “Ha fatto male, ma bisogna dargli un’altra possibilità“. ‘sti cazzi!).

Ma dimentichiamocene in fretta, e veniamo al vero tema del post di oggi: un gran bel rebus, un signor rebus, su di noi e con un leggero tocco d’ironia. Il primo ad indovinare (mica è difficile) vincerà un panino & cocacola offerto direttamente da Ruphus! Evviva!

rebus

[la consegna del premio avverrà quando le circostanze saranno propizie]

negri polaChe poi sarebbe anche ora di chiedersi come mai un popolo che si sceglie serenamente un presidente a tutti gli effetti negro, gli viene male al pensiero di un negro che si chiava una donna bianca. Inutile protestare, inutile girare la testa dall’altra parte: perché, dicano quello che vogliono le associazioni ed anche i singoli SOS-Racism, questo è un fatto, e puoi star sicuro che se Obama avesse avuto una moglie bianca, a tanti di quelli che lo hanno  votato, sentendosi ben moderni, sarebbe girate un po’ troppo le balle. E allora addio primo presidente afroamericano, erede ideale di John Brown, di Martin Luther King e di Eddie Murphy. Addio belle speranze di una nuova epoca e di un mondo migliore.

Da sempre, a quanto pare, questo fatto dell’uomo negro che si scopa una donna bianca, fa perdere il sonno a molti uomini bianchi. Molti trovano una spiegazione a questo fenomeno nel fatto che i negri tradizionalmente ce l’hanno “più grande” dei bianchi, e ciò sarebbe causa, almeno in parte, di certo nervosismo. Io non credo molto a questa teoria, perché non ho mai sentito nessuno dire: “Eh, si, caro geometra, che vuol farci, anche mia moglie tromba con un cinese; ma insomma, alla fin fine loro ce l’hanno talmente piccolo che non mi arrabbio neanche…”. No, non l’ho mai sentito un discorso del genere. E poi, se fosse questione di dimensioni, dovrebbero esserci altrettante reticenze nei confronti delle donne che scopano con i cavalli, ed invece Cicciolina è arrivata in parlamento, prima ed indimenticata rappresentante di una lunga lista di troie che ancora oggi stanno lì, fanno le fighe e se la tirano.

A me personalmente, quello che mi dà un po’ di fastidio nelle relazioni sessuali tra uomini negri e donne bianche è più che altro l’idea che questi negri, dopo, tornano nelle loro tribù e si vantano. Un po’ come quelli di Foggia quando andavano a scopare nell’ex-est-Europa (Polonia, Ungheria, ecc.). Ai negri infatti piace tantissimo bullarsi: uno perché ha guidato un’automobile vera, quell’altro perché c’ha la radio più grande, e così via; poi si danno un cinque. Poi salta fuori quello che dice che si è montato una bianca e tutti gli fanno le congratulazioni, ed un altro giro di “dammi un cinque fratello“. Sinceramente non vedo gran soluzioni per questo problema: si potrebbe eliminare il negro subito dopo l’amplesso, o sterminare la sua tribù d’origine, ma sicuramente qualcuno protesterebbe. Per cui, che vogliamo farci, cèst la vie.

In America i porno dove dei negri si scopano delle bianche sono un genere a parte, che si chiama, appunto, interracial, e sono considerati un’eccentricità per raffinati pervertiti.

Io, quand’ero piccolo, c’erano alcune cose che mi inquietavano profondamente. Una finestra rotonda, attraverso cui non si vedeva niente, posta a meno di un metro d’altezza in un enorme muro rosso di una casa. I cancelli che davano su piccoli cortili vuoti, o su cortili abitati solo da un cane pastore. Una foto di tessuti cancerogeni. La bombatòmica. Scantinati vuoti con i neon e i muri di piastrelli bianche. I ganci da traino per le roulottes con sopra una pallina da tennis. Gli storpi ed i mutilati. La sala raggi dell’ospedale.

Adesso che sono grande, altre angosce, altre inquietudini turbano leggere il mio cuore. Ma ancora oggi, a tanti anni di distanza, la vista di un gancio da traino con sopra una pallina da tennis è capace di riaprire uno spiraglio di quella porticina nascosta che dà sull’ignoto, sull’assurdo, sul non comprensibile. E torno a sentirmi ancora bambino. Fragile di fronte al mondo, incapace di trovarvi una spiegazione.

boia

cinesiIersera sono andato al ristorante cinese, a comprare qualche vaschetta di mangime di bambù; era tardi, era vuoto e c’erano solo i gestori e la figlia che guardava dei telefilms assurdi per teen-agers, che in cinese chissà come si dice. E insomma sono lì appoggiato al bancone ad aspettare e a guardare nel vuoto, che comincio a farmi domande su ‘sti cinesi, soprattutto sul loro linguaggio che qualcuno non esita a definire “una vera e propria lingua“. Essi usano un sacco di ideogrammi, di pittogrammi, parologrammi, mischiano tutto insieme e poi giocano ad indovinare ciò che hanno detto. Se nessuno capisce, ridono, se qualcuno fa il furbo e finge di aver capito, lo massacrano di legnate. Secondo alcuni esiste anche il “mandarino” cinese, che sarebbe tipo parlare con la evve al posto della erre, un po’ come faceva l’avvocato Giovanni Agnelli grande patron dello sport torinese e nazionale, decesso ma ancora nel cuore di molti perché un giorno disse che Del Pievo bisognava chiamarlo Pintuvicchio. Siccome in cinese non esiste le erre, quelli che parlano in modalità “mandarino” non si notano e si confondono tranquillamente con gli altri, ma ti fanno scherzi tremendi alle spalle quando meno te l’aspetti.

Insomma, ero lì appoggiato al bancone che riflettevo su questi temi importanti, ma non capivo proprio cosa si dicevano il marito cinese alla moglie cinese. Ideogrammi in libera uscita, praticamente. Io allora ho memorizzato un po’ i suoni che emettevano più di frequente, anche qualche frase intera; poi a casa, ho dato ai cani le nuvole di granchio e ho provato a tradurre, con l’aiuto di Wikipedia e di altri siti più tecnici, quello che ricordavo di quanto avevo sentito.

Per i cinesi le “relazioni sociali” sono molto più facili, in quanto nessuno sta a sindacare se quando uno parla, dice cose sensate oppure no. Infatti negli elenchi telefonici cinesi ci si trova di tutto, ma in non ordine alfabetico, bensì sparso. Un’accozzaglia di robe, che le più carine le scrivono in grassetto. Tanto gli elenchi del telefono non li legge nessuno, perché è risaputo che i cinesi non telefonano mai, vengono chiamati loro e devono solo dire “Plonto?“, e poi strizzare un po’ di più gli occhietti. Nessuno ha mai realmente aperto un elenco del telefono cinese, credo.

Tornando a iersera: neanche su internet ho trovato risposte convincenti, per cui ho applicato alla mia manciata di ideogrammi le regole de “Il bersaglio” della Settimana Enigmistica, e ho ricostruito la seguente frase: “Dice Ciccio il Cafone che se non gli mandi il carico entro domani le tue budella concimeranno distese di loto nella rugiada di primavera“. Quella delle distese di loto deve piacere particolarmente ai cinesi, perché ce la mettono un po’ dappertutto.

cyborg[Negli anni ’90 io avevo già avvertito perfettamente il pericolo della crescita direi esponenziale ma anche economica di questo popolo, ma la mia era una voce isolata, inascoltata dai governi ed ignorata dai popoli. Per questo, per cercare di dare più forza al mio movimento, mi ero alleato un giorno con la mia amica Roberta di Vicenza, che aveva due belle tette pendule e personalmente combatteva i cyborgs, o qualcosa del genere. Poco dopo ci perdemmo di vista, la nostra lotta perse slancio ed io a partire dal 2003 mi sono messo il cuore in pace ed assisto senza batter ciglio all’avanzata degli involtini primavera. Spero che la mia amica Roberta abbia avuto più fortuna, sennò tra un po’ magari veniamo conquistati anche dai cyborgs. Che, ora che ci penso, non so neanche come si fa a riconoscerli e se hanno un loro linguaggio specifico e quale sia.]

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La veterinaria mi ha detto che ho il gatto “stressato”.

Pensavo di essere messo male, ma oggi il vicino mi ha confessato che le sue piante crescono “timide ed apprensive”.

Evidentemente viviamo in un quartiere marcato da profondo disagio sociale.

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pirla

islandaL’Islanda è una di quelle cose, di cui si sa qualcosa, ma non molto, e sarebbe anche possibile scrivere tutto quello che uno sa sull’Islanda e non scavalcherebbe i limiti di un post decente.

Quello che sanno tutti è presto detto: è un’isola, fa freddo, ci sono i geyser (che è una parola islandese). Energia geotermica, Rejkiavik, poca gente, molto baccalà. L’Islanda non ha un esercito. Un’altra caratteristica dell’Islanda, o meglio dei suoi elenci telefonici, è stata riportata nel post che viene sotto  questo. Altre cose, che forse non tutti sanno: nel 2009, poco dopo che gli americani si scegliessero un presidente di colore (negro), gli islandesi rilanciarono e  furono i primi a dotarsi di una presidentessa lesbica, la signora Jóhanna Sigurðardóttir. Altro dato non a tutti noto è il fatto che l’Islanda sia stato il primo paese europeo a dichirare bancarotta per via della crisi mondiale. Ecco, questi due fatti non vengono di solito presentati congiuntamente dalla stampa, cosicché uno fa fatica a farsi un’idea. Adesso io non voglio dire che ci sia una relazione diretta tra le preferenze sessuali di questa signora e il disastro dei conti dello stato; non sto qui a discutere se sia una bella cosa passare il tempo sui siti di porcherie lesbiche, invece di badare a governare; o se abbassare le tasse sui vibratori di tipo strap-on sia stata una mossa azzeccata. Che ognuno tragga le proprie conclusioni, ma se pensiamo che candidare la Bonino alla presidenza del Lazio sia la soluzione di tutto, stiamo freschi. Un mio personale rimpianto è sempre stato il precoce ritiro di Irene Pivetti dalla politica italiana.

Infine, una chicca: il clima islandese è inadatto all’agricoltura (che pure potrebbe trovare condizioni favorevoli nei terreni vulcanici così fertili). Lo dice Wikipedia.

morraLa morra è un antico gioco di società trasformato dai giapponesi in una situazione altamente drammatica. Per giocare alla morra, bisogna essere in due: uno torna dal Kenia, l’altro è Frieden: ma chi, chi ha inventato la morra, e chi il Kenia? Un tavolo robusto, due braccia robuste, cagnara verso sera, alta matematica. La morra cinese, la tortura cinese, tutte fesserie.

Amo la Spagna, che è la terra in cui vivo, e ad essere più esatto dovrei dire I love the spanish Way of Life, e a voler fare le cose proprio per bene ci starebbe meglio me gusta el estilo de vida español, coño; ma dio bono, in Spagna la morra la si gioca solo dalle parti di Teruel, che è un posto perso tra le montagne d’Aragón, a un migliaio di kilometri dalla mia calda Andalucía. E per di più, ommiodio, giocano in piedi, uno di fronte all’altro, vestiti di bianco, che sembrano un vecchio film di Mr. Hulot.

Ed io, aggrappato quaggiù a quest’estremo lembo d’Europa, sono solo.

Prima, prima era diverso. C’era il Remo, c’era il Gabriele, c’erano il Penasa e gli altri che venivano a trovarmi. Giocavamo nei bar spagnoli, tiravamo delle botte pazzesche, e gli autoctoni ci guardavano straniti, imparando a dire “caterina” ma senza capire. Adesso, che mi sono anche comprato un maglione che ci starebbe benissimo per un bel torneo, il Remo sta a Madrid, il Gabriele sugli Appennini, e la moglie del Penasa sostiene che io una volta imprecisata le avrei detto degli “insulti”. Insomma mi sento come il primo abbonato al telefono, che aveva l’apparecchio ma nessuno da chiamare. Lo sapevate, vero, che in Islanda, per via di certe regole sulla formazione dei cognomi in islandese, nell’elenco del telefono la gente viene ordinata per nome e non per cognome? Giuro.

Dicono anche che la morra sia gioco di riflessi pronti, lingua veloce, vino. L’altro è tornato dal Kenia, con un metodo infallibile per vincere al lotto e con un poster di Marlon Brando, noto inventore della mafia e altre amenità.

Offresi vacanza nella solatìa Andalucía a abile giocatore di morra, preferenza per quella trentina. Offerta valida anche per coppie, ma in questo caso dovrebbero portarmi l’amico e compagno Penasa, vincendo le resistenze della di lui consorte. Non occorre portarsi il tavolo.

dinamoTu non sei depresso“, gli ho detto, “sei solo diversamente allegro“.

E poi gli ho regalato una dinamo di bicicletta, forse funzionante.

Ha sorriso, un po’.

muro di berlinoCi sono due tipi di muri. In primo luogo ci sono i muri tirati su per dividere la gente, i popoli, le persone. Questi sono muri oltremodo antipatici, tutti li biasimano, perché portano ad un sacco di complicazioni: impediscono, o rendono difficile, il passaggio di persone animali cose che devono andare da una parte a quell’altra. In molti casi hanno diviso famiglie che prima stavano tranquillamente qua e là e quando avevano voglia di vedersi si riunivano da qualche parte e portavano regali, anche e soprattutto per i più piccini; poi all’improvviso costruiscono un muro, e quelli che stanno da una parte, da quella devono restare, e chi dall’altra, idem. Che magari uno nel momento in cui hanno fatto il muro si trovava dalla parte sbagliata rispetto alla propria residenza abituale, e questi sono quelli che ci rimangono più di merda. O anche quelli che hanno (avevano) la fidanzata da una parte dove ad un certo punto non possono più andare. Questi muri, l’abbiamo già detto, sono in genere biasimati da tutti, anche da quelli che magari proprio in quel momento ne stanno tirando su uno ancora più grosso e più alto. Un esempio classico di questo tipo di muro è stato per anni il cosiddetto Muro di Berlino, e ciò dava una particolare importanza al fatto di essere di Berlino Est o di Berlino Ovest, molto maggiore per esempio della differenza tra Grosseto Est e Grosseto Ovest, che al limite sono distinzioni comode per le uscite dell’autostrada, ma poco più. Questo Muro di Berlino poi, circa 20 anni fa, è stato smontato da una folla di bighellonatori professionisti, permettendo finalmente a gente che non si abbracciava da anni, di tornare a farlo; anche se nel frattempo magari avevano cambiato fidanzata e a questo punto non gliene importava più tanto. Questo fatto del Muro di Berlino e della sua caduta (ché la chiamano caduta, ma non è mica vero, perché l’hanno proprio buttato giù apposta, prima un po’ alla volta e poi adirittura con i bulldozer), questo fatto dicevo deve essere rimasto profondamente impresso nell’immaginario della gente, perché ancora oggi quando cade l’anniversario della “caduta”, si riunisce un sacco di gente anche importante, sparano i fuochi artificiali e vendono un sacco di souvenirs.

Un altro tipo di muro, molto diverso dal precedente, ed in genere stimato da molti, è quello fatto per potervisi appoggiare, o per appoggiarvi o appendervi qualcosa. La prima categoria ad essere riconoscente a questo tipo di muro è indubbiamente quella degli ubriaconi: essi, per certi motivi loro, sono spesso instabili e apprezzano un sostegno, anche in calcestruzzo, al loro corpo malandato. Un’altra categoria di sostenitori è formata da quelli che quando vanno alle feste si annoiano e non parlano con nessuno: se non potessero appoggiarsi al muro starebbero tutto il tempo in mezzo alle palle, tra la gente che magari vuole ballare, verrebbero urtati più volte finché qualcuno direbbe: “Ma, insomma, cosa vuole questo qua? Se non si diverte, perché non va via?“. Se invece l’annoiato si appoggia al muro ci sono meno problemi; se si dispone di un muro abbastanza lungo ci si possono appoggiare anche diversi annoiati. E se poi l’annoiato è anche ubriaco, ecco vedete che i benefici si sommano. Tutti possiamo immaginare, con un po’ di fantasia, gli altri innumerevoli vantaggi di questo tipo di muro, per cui non la stiamo tanto a menare e vi invitiamo solamente a riflettere su come la realtà cambi a seconda di come la si guardi.

Chi ha parenti antipatici e sgradevoli dall’altra parte della città può sempre sperare che da un giorno all’altro gli tirino su un bel muro tipo Berlino, così te li levi dalle palle e stai anche contento perché tanto non è mica colpa tua se non vi vedete spesso.

omino ubriaco

lassieGioia e gaudio, sursum corda, alziamo i calici, che Ruphus non ha deluso le attese. Tutti voi, frementi in attesa di sapere quale sarebbe stato il fantastico regalo di natale di questo effervescente blog, che vi aspettavate al massimo un bel post a tema, magari dissacrante o filosofico o alternativo, ebbene tutti voi gioite, rallegratevi e felicitatevi, che Ruphus non vi regala niente meno che un nuovo blog, nato giusto ieri 25 dicembre come altra gente poi diventata famosissima. Signore e signori, ecco a voi l’omino uscito dall’ano di berlusconi, un microblog che vi farà compagnia ogni giorno dell’anno, un nuovo piccolo amico con cui scherzare, confidarsi e, perché no, ritrovare un sorriso che si credeva perduto.

Un limpido giorno di fine dicembre, stavo passeggiando per Roma badando più che altro ai casi miei, quando, giunto nei pressi dei Fori Imperiali, notai qualcosa di strano: ero giusto all’altezza dell’ano di berlusconi e vidi spuntare, tra le pieghe dell’importante sfintere, prima un braccino, che si agitava nel vuoto, incapace ad afferrarsi ad alcunché; e poco dopo, con visibile sforzo, seguire al braccino una testina, un altro braccino, insomma, tutt’un omino che, sfuggito ormai alla morsa rettale, si lasciò cadere sul marciapiedi, giusto davanti a me. L’omino si guarda intorno, visibilmente stupito del posto dove è capitato, lo spaventano le macchine e il frastuono, e decide infine di fidarsi di me, unico essere vivente che si è accorto della sua venuta in questo mondo. Un po’ a gesti, un po’ soffiando e squittendo come un cartone animato degli anni ‘70, mi fa capire di aver bisogno di qualcuno che diffonda il suo messaggio. Per questo è nato il presente blog, per dare voce a questo povero omino ed aiutarlo ad entrare nella nostra grande famiglia umana. Il resto, tutto il resto, ce lo dirà lui…

[dalla presentazione de l’omino uscito dall’ano di berlusconi]

Che dire, che aggiungere, che possiamo farci? Ruphus vi ha regalato un amico, chi trova un amico trova un tesoro, l’occasione fa l’Uomo Ragno, buone cose a tutti, per le classifiche di fine anno a tra pochi giorni.

polloStare seduti per terra; essere negri/marocchini/strani; avere in una mano un pezzo di panno verde e nell’altra una forbice; stare seduti per terra vestiti da Babbo Natale; stare appoggiati al muro in due; sporgersi; guidare l’automobile; avere i capelli molto lunghi; urlare; appoggiarsi al muro ma solo con una mano. È un breve campionario dei motivi che possono spingere i poliziotti a fermarvi e prendere giù i vostri dati, a Madrid, questo ultimo fine settimana. Io, che sono sveglio, ho osservato attentamente e mi sono astenuto da qualsiasi pratica indimostrabile, ragion per cui a me gli sbirri non mi hanno fermato. Basta passeggiare bene, secondo me; è difficile all’inizio, ma ci si abitua in fretta.

Poi ho visto il mio amico Remo, a Madrid, e la Susana e la Rosita e altri che non li dico tutti, siamo andati in giro a bere, ed è stato tutto molto bello come una volta quando eravamo giovani. Per fortuna che ci sono gli amici.

madrid

quadro rosa

Questo quadro mi è stato donato dall’autore, il poeta e pittore viterbese Giulio Nocera. È stato subdolamente introdotto in casa mia con la banale scusa di un regalo di compleanno (ma che bella sorpresa!).

Il quadro non è brutto (dipende se ti piace o no), ed in generale non sono preconcettamente contrario ai regali alla mia persona. Ma vorrei qui fare alcune osservazioni: 1. non sono ghei e non mi è mai piaciuto il rosa; 2. secondo me il quadro sta meglio in orizzontale che in verticale, come insiste l’autore, il ballerino e maniscalco Giulio Nocera; 3. se fai un regalo, cerca almeno di farlo bene. Spiego il punto tre: 3a. il quadro è fatto malissimo, a cominciare dal rosa che è dato alla cazzo, si vedono tutte le strisciate; 3b. sotto il rosa si vedono un sacco di scarabocchi fatti a matita; 3c. Giulio, non hai pitturato i bordi. Spiego questo punto: a me i quadri mi piacciono dipinti anche sul bordo, lo spessore insomma; se ne commissiono uno, lo specifico subito, ed il fatto che questo quadro fosse gratis secondo me non cambia la questione. Ho detto all’autore, il commediografo e alpinista Giulio Nocera “per piacere, giacché debbo accettare codesto tuo regalo, almeno dipingimi i bordi” e chiunque avrebbe capito che intendevo che li volevo dipinti di rosa. E invece cosa fa il cuoco e maître à penser Giulio Nocera? Me li dipinge di nero. Ma non tutti, solo due perché poi non aveva più tempo perché doveva andare a lisciare una porta perché sennò c’era una che ci rimetteva la caparra dell’affitto perché erano stati i suoi cani a graffiare la porta, non suoi di Giulio ma della tipa, i cani, la porta del padrone di casa. Insomma rimango con un quadro rosa, con mezzi bordi neri e mezzi bianchi: un’arlecchinata pazzesca.

anelloPer amor di verità debbo anche riconoscere che l’orafo e commentatore meteo Giulio Nocera, oltre a suonare pregevolmente il flauto, mi regalò tempo addietro anche un bellissimo anello d’argento fatto da lui, su cui non ho nulla da ridire. Bravo Giulio.

Artisti poliedrici all’alba dell’età adulta.

...Questa mattina abbiamo ricevuto la visita di una persona sgradevole, ehm, volevo dire sgradita. Ad ogni modo ha aperto la Sarlavia, che io ero chiuso al cesso con una Settimana Enigmistica nuova di zecca. Per cui ecco come si è svolta la conversazione, così come dalla Sarlavia stessa riferitami:

Sarlavia: Ciao.

Persona Sgradita: Ciao, cercavo Ruphus.

S.: Alle dieci di mattina? Noi ci siamo appena alzati.

PS: Ma se sono le undici e mezza…

S.: Ah sì? Beh, comunque Ruphus in questo momento sta cagando.

PS: Ah! Ma era solo per chiedergli se mi lasciava connettermi all’internet un momento, sai, l’internet café è chiuso…

S.: Ma guarda, Ruphus dopo cagato di solito legge il giornale, per cui fa’ una cosa: fatti un giretto per il paese, che magari dopo ci si becca e vediamo…

PS: Ah, grazie…

S.: Di niente, ciao.

Quando poi la Sarlavia, cacciata la spaccaballe, è venuta a raccontarmi il suo eroico gesto a protezione della mia tranquillità, ho sentito di volerci proprio tanto bene.

litfiba

– Sì, pronto?

– Pronto, Ghigo, sei te? So’ Piero!

– Piero? che Piero? Ah, scusa, cazzo! Non me l’aspettavo… che? come butta?

– Butta bene, alla grande, ‘ome sempre! C’ho avuto un’idea, c’ho avuto, che se te la dìo ‘un ci ‘redi nemmeno. ‘ndovina ‘n po’? ‘un c’arrivi? Ma vvia, si rifondano i Litfiba, dio bonino, ‘he so’ trent’anni giusti giusti, si torna on the roadde, ‘ome una volta. ‘he ti sembra? si fa? eh?

– Piero, calma un attimino, eh… a parte che non ci parliamo da diec’anni, ma che sei matto?

– O Ghigo, ‘un ti riòrdi ‘uanta fìa s’aveva attorno?

– Sì, Piero, certo, ma vedi…

– O Ghigo, ‘he ti succede? ‘un ce penzi mai a ‘uegl’anni, s’era i migliori, s’era; artro ‘he i Neramaro, i ‘anadians

– Piero, ao’, ti vuoi calmare? che ti succede a te? c’è qualche problema?

– Problema? te tu sei matto! Ma ‘uando mai…

– E quindi?

– O Ghigo… a te te lo posso di’… butta mìa tanto bene, sa’? Te lo devo di’, ‘un ce la fo più. So’ finito… ma te tu lo sai ‘he m’è successo giusto ieri? Me stavo a ‘ncrocia’ du’ belle figliole, proprimmezzo a Ponte Vecchio, e siccome te tu lo sai ‘ome so’ fatto, me so’ provato a piglia’ ‘n po’ di portamento fiero, te lo riòrdi ‘ome si faceva noi pe’ acchiappa’… e ‘uelle, nulla, ‘un mi ‘acano punto, e mentre passeno sento una ‘he li dice a ‘uell’artra: “Te tu l’ha’ visto ‘uel bischero? ‘he è l’imitazione di Piero Pelù?“, e l’artra ‘he ci risponde: “Piero Pelù ‘hi? ‘uello dei Pooh?“.

– Piero…

E c’ha raggione i’ mi’ agente, ‘he dice ‘he piglio dippiù a fa’ lle serate ‘n discotea ‘ome sosia di me stesso… Ghigo, amìo mio di tutta la vita, ‘un ce la fo più! Penza, si riomicia tutto daccapo, si torna grandi…

– Piero, io c’ho mal di schiena, non lo so se reggo ancora certi ritmi…

– Ghighino bello, dimmi di sì, ‘ome ‘na volta… io solo se ci penzo, mi viene dentro tutt’un’energia, una forza…

– Piero, non so cosa dire, mi confondi… potremmo provare, ecco, con un disco, e magari quattro date, tanto per vedere…

– E io lo sapevo ‘he i’ mi’ Ghighino bellino alla fine diceva di sì. O Ghigo, monta la batteria, ‘he ‘n cinque minuti sono da te.

– Piero, io suono la chitarra.

– Eh? Sì, si, ‘ome tu vuoi. Volo…

amici

infeltrito

infeltrito

Innanzitutto. Innanzitutto un doveroso “grazie“, di cuore, col cuore, con gli occhi gonfi di sonno, per tutto quello che Giovanni Lindo Ferretti ci ha regalato dato in tanti anni di onorata carriera artistica. E anche un doverosissimoprego“, giusto così, per gli svariati biglietti da mille (lire), e da dieci (euri), che hanno fatto cambio di residenza dalle nostre tasche a quelle di lui Giovanni Lindo.

Ma la questione è un’altra. Ha a che fare con la “conversione” di quest’uomo che, ormai da tre anni, fa una (non richiesta) professione di fede e di adesione alla chiesa cattolica, al suo Benedetto leader, e pure, politicamente, alla destra italica e berlusconica, anti-abortista e neo-concordataria, il tutto con il patrocinio dell’Alto Commissario ai Voltagabbana Giuliano Ferrara. Il tempo trascorso gli ha sicuramente permesso di riempire camion e camion e camion di insulti stercolari, risolini di compassione, scuoter di testoni, e anche qualche entusiastico interessato “finalmente“. Inutile caricare ancora, non ora, non qui.

Vogliamo qui invece dar conto di un dibattito altro, che da tale vicenda ha preso spunto e sugo: se sia da reputar dannoso il consumo di droga in sé, o non sia piuttosto nella rinuncia alla medesima la causa prima di tanta follia. Vi è chi propende per la prima ipotesi, teorizzando danni celebrali andatisi accumulando nel corso degli anni, ed ascrivibili all’assunzione di svariate e smodate sostanze tossiche; e chi invece va sottolineando la congiunzione temporale tra l’entrata nel “tunnel della non-droga” e l’esplicitarsi della sua nuova teosofia, fino a dedurne una correlazione di causa-effetto. Mauro, Chiara, Giulio e il suo amico immaginario fieri alfieri della prima, e Mirka, Sandro, Ginevra e la sua amica pelosa gagliardi stendardi della seconda. Non c’è modo di venirne a capo.

Per questo, e solo per questo, ma anche per testare una nuova inutility di questo blog, lanciamo il sondaggio sottostante.

Una volta raccolto un campione di mille voti, stamperemo il risultato su una lunga striscia di carta, che poi arrotoleremo attorno ad un cilindro di cartone marroncino ed introdurremo di nascosto all’interno di una mega confezione di papel higiénico (marca Eco Planet) nel supermercato Carrefour di Almería. Per questo, e solo per questo, ma anche per altri futili motivi, vi invitiamo a votare massicciamente.

A Giovanni Lindo, forza e coraggio: l’è dura, ma passerà.

scherzano

si scherzano

L’aveva detto, Ruphus, su questo blog e su Politiculo: si parlava di una possibile tresca tra Michelle Obama e Bruce Springsteen, e della possibile reazione del di lei consorte; scrissimo: “[…] sicuramente Obama non se la prenderebbe, non avrebbe scatti d’ira inconsulti. Parlerebbe con tutti, manderebbe altri soldati in Afghanistan, farebbe fare la pace tra Israele e quegli altri, insomma si attiverebbe un casino per la pace nel mondo […]“.

Orbene, sul fatto di mandare altri soldati in Afghanistan, mi pare che ne siano in partenza un 30.000, morituro più, morituro meno. Sul fatto di non prendersela, una notiziola in Italia praticamente censurata, ma apparsa in bella evidenza per esempio sulla stampa spagnola. Risulta dunque che Obama è andato al Kennedy Center, a premiare di persona degli artisti, tra cui Robert “You talkin’ to me?” De Niro e qualche altra vecchia scoreggia. Tra i premiati, c’era anche, guarda la casualità, Bruce Springsteen. Ecco; Obama poteva dargli la sua medaglia, stringergli la mano, e via, subito a Washington a governare. Invece no; lui c’ha tenuto a far vedere che non è incazzato; ha persino scherzato con il vecchio rocker, dicendogli: “I’m the President, but you’re the Boss!“. Ha ha ha, ha ha ha, gli ha fatto una battuta, niente di speciale, è vero, ma l’ha detta solo sdrammatizzare un po’, come piace fare a lui. Signori, che stile.

Tra i premiati c’era anche una vecchia cicciona, cantante lirica o roba del genere. I giornali non lo riportano, ma sono sicuro che Obama ha avuto delle parole di incoraggiamento anche per ‘sta qua. “Su con la vita” le avrà detto, o qualcosa del genere, perché lui è fatto così.

felix lalùFelix Lalù è un personaggio che ha iniziato a girare per Trento quando io avevo ormai smesso. Per cui non ci siamo mai conosciuti, e forse è un peccato, ma alternative non ne vedo. Mi fossi fermato a in Trentino forse avrei conosciuto Felix Lalù, ma mi sarei perso di dormire in spiaggia intere estati. Oppure avrebbe potuto Felix Lalù iniziare prima a girare per Trento, per conoscere me, ma magari sarebbe stato poco più che un quindicenne, e mi avrebbe fatto un po’ schifo. Insomma, tanti giri di parole solo per dire che 1. ho sempre pensato che fare un’intervista fosse una cazzata, basta fare delle domande; 2. non la penso più così.

Dobbiamo quindi prima conoscerci, rompere il ghiaccio, perché io personalmente di Felix Lalù so solo quello che butta nei suoi blogz e nelle sue canzoni.

Ruphus: Felix Lalù e la Piccola Orchestra Felix Lalù sono la stessa cosa? O la Piccola Orchestra Felix Lalù è Felix Lalù con qualcos’altro? Cosa?

Felix Lalù: Partendo dal presupposto che sei quel che fai no? Allora La Piccola Orchestra Felix Lalù è un gruppo fatto di una persona più altri due che ci sono ma non proprio nel vero senso della parola: questi due sono Miroslav Fagocevic al contrabbasso e Florian Egger alla fisarmonica. Poi alle volte si aggiungono altri musicisti. Quest’anno sono stati una sessantina. Non tutti la stessa volta. Felix Lalù invece è solo quello che scrive sul blog e che una volta faceva anche delle cose con l’arte e le mostre finchè le mostre non gli hanno rotto il cazzo e allora più o meno basta ma in realtà è colpa che non c’ha tempo. Poi c’è La Ostia – Registrazioni Artigianali che è quella che fa i video e che anche produce La Piccola Orchestra Felix Lalù. Esiste un rapporto di amicizia e puranche di mutua sopportazione tra queste persone che fanno cose. A volte le confondono, ma se le confondono di solito si offendono e allora sguinzagliano i cani affamati e addestrati a mordere le parti infime blablabla.

ostiaR.: Felix Lalù fa un sacco di cose: se vai sul suo blog, vedi che ha in programma concerti da qui al marzo a venire; ha scritto un libro, o almeno mezzo; organizza cose; ha un sacco di idee e le mette in pratica. Ovvero sembra una persona costantemente ossessionata dal “fare”. Cosa ti spinge a tanto attivismo? L’insoddisfazione per lo stato di cose presente o una voglia di autoaffermazione quasi superomistica?

F.L.: Oh, no, niente affermazione, anche se il superuomo di Nice è un bell’esempio cui aspirare volendo per forza aspirare a qualcosa. Se volessi affermarmi imparerei a fare qualcosa bene e farei solo quello no? Invece di star li a far di tutto senza sapere fare un cazzo a volte è frustrante, fa molto Quijote. Qui in Trentino lo chiamano “bon temp“, è il tempo del non lavoro, il tempo in cui fai che cazzo vuoi. Mi piace far che cazzo voglio.

R.: Parliamo di droghe. Legali, ovviamente. Fumi? Che marca? Quante?

F.L.: Niente, solo quando sono ubriaco e solo tabacco. Le sigarette son schife proprio.

R.: Parliamo di droghe. Legali. Cosa bevi? Quanto?

F.L.: Mi piace il rosso. E anche il resto.

grappaR.: Parliamo di droghe. Illegali. Metti per esempio che vai in casa di uno e ti offrono una grappetta, di quella che “la fa mio zio, di strabauz“: come ti comporti? Attento a come rispondi: se accetti il grappino puoi essere accusato di ricettazione; se te lo bevi, di distruzione della prova di un reato; se poi dici “mmm, che buona“, è apologia di reato; se dai qualche consiglio tipo “potresti aromatizzarla con un po’ di rucola“, e l’anno dopo fanno la grappa come hai detto tu, beh, concorso quanto meno esterno in associazione a delinquere non te lo leva nessuno. Quindi?

F.L.: Se vieni a casa mia c’è quella che fa mio padre più tutte le erbe che ci vuoi mettere. Mai comprato grappa in vita mia, e quella al bar è sempre un po’ slavata.

R.: Parliamo di musica. C’è una canzone di Felix Lalù che mi piace una spanna sopra le altre. Si tratta di Le Lu La Lu. L’ho ascoltata migliaia di volte, e continua a sorprendermi. Soprattutto quando inizia così, all’improvviso, magari con lo stereo spento. Qual’è il segreto di questa canzone?

F.L.: Il ritornello è rubato a una canzone dei International Noise Conspiracy, il gruppo nuovo del cantante dei Refused. Solo quel pezzo in realtà probabilmente è una spalla sopra le altre perché è l’unica con un testo che non è un elenco.

R.: Chi è la Nia de los Gorgojillos?

F.L.: È la mia compagna d’appartamento, canta solo per me perché si vergogna.

R.: Saresti capace di scrivere un’altra canzone altrettanto bella e coinvolgente? Se si, cosa aspetti?

F.L.: Beh, questa è semplice. Aspetto l’aspirazione.

R.: Parliamo di musica. Parliamone (risposta libera)

F.L.: La musica è fica, ma non bisogna star lì tanto a menarsela sulla musica. Meglio farla che parlarne. È come quando racconti al tuo amico di quando ti sei fatto quella, in confronto a quando invece te la sei fatta davvero. Non c’è paragone.

bastarockR.: Parliamo di libri. Tu ne hai scritto uno, o almeno mezzo. Non sono corso a comprarlo perché, verosimilmente, la prima libreria che immagino possa averlo a disposizione si trova a circa chilometri duemila dal mio domicilio abituale. E poi, perché nasconderlo, sto aspettando il giorno in cui saranno le case editrici a mandarmi, gratix, i loro prodotti, affinché io ne parli bene. Per cui parlaci un po’ tu di Bastarock. L’underground dei Bastard Sons of Dioniso. Prova a farci sentire come se il libro lo avessimo già letto, cioè migliori di prima.

F.L.: Bella questa. La gente vede i gruppi suonare nel momento in cui suonano. Da qualche anno vede i MySpace, sentono la musica, vedono i video, bene. Poi leggono le biografie in cui di solito il gruppo racconta in che anno è nato, quali sono i componenti, quanti concorsi hanno vinto, quanti dischi hanno pubblicato, a che gruppone hanno aperto alle quattro del pomeriggio. Ecco nel libro non ci sono tutte queste cagate che si trovano già li e che, obiettivamente, non gliene frega un cazzo a nessuno. C’è una cosa che la gente non vede. È il lavoro che c’è dietro a inventarsi un nome, a cercare la gente con cui suonare, a inventarsi una canzone, a darle una forma con altra gente, altri musicisti che hanno tutti gusti diversi (si spera). Ma anche a trovarsi una sala prove, a caricare e scaricare e poi ad andare in giro a far concerti. Perchè poi lì entri in contatto con una fauna di manzi beoni e gente assurda che fa musica o la va ad ascoltare. La gente non sa cosa vuol dire suonare in giro come facciamo noi. Magari è una cagata, ma è divertente. Ecco, nel libro ci sono queste cose qui. Ah, il libro è questo.

R.: Parliamo di musica. Trentino, terra che rima con vino, certo, ma anche culla di alcuni progetti “laterali” di grandissima levatura. Ho detto “laterali” per dire una cosa che un classificatore di dischi molto pigro potrebbe etichettare come “demenziale”, ma tu ed io sappiamo benissimo quanto questo vocabolo sia restrittivo e castrante. Stiamo parlando dei Capelli di Cesare Ragazzi, stiamo parlando dei The Ficient, dei Supercani e, ovviamente, di Felix Lalù. Qualcosa che va cioè ben oltre il “demenziale”, nato in una terra famosa al mondo unicamente per il suo concilio (concilio che tra l’altro è stato uno dei maggiori assembramenti di puttane dell’era pre-televisiva). I Capelli di Cesare Ragazzi, al pari di Platone, non hanno lasciato traccia documentale ufficiale della loro attività: tu sei in possesso di qualche nastro-pirata sopravissuto all’oblìo dei tempi? me lo passeresti?

F.L.: Se c’è una cosa di cui mi posso beare nella vita è quella di aver salvato dall’oblio I Capelli di Cesare Ragazzi. Quando ho cominciato a frequentare i Supercani, dei geni a cui devo quasi tutto quello che so fare ora, si parlava dei Capelli, ma Gianluchi era restio, sai, lui le cose passate le mette via. Boris mi ha passato le cassettine e sono state una folgorazione. Le so a memoria. Mi son messo li e ho digitalizzato pezzo per pezzo tutte le cassettine. Se vuoi te li mando. I Capelli di Cesare Ragazzi per me sono stati importanti quanto i Rage Against the Machine. Una roba del genere dovrebbe essere insegnata nelle scuole, altro che balle.

R.: Parlaci del tuo ultimo disco / del tuo prossimo disco (a scelta)

F.L.: L’ultimo lo scarichi gratuitamente da qui, c’è poco da dire ma molto da ascoltare. Qui c’è anche lo spot. Il prossimo sarà sicuramente più rock, ma forse anche no.I pezzi nuovi ci sono, basta prendersi il tempo per registrarlo.

R.: Bestemmi?

F.L.: Volentieri.

R.: In privato o anche in pubblico?

F.L.: Anche in pubblico ma poi mi vergogno.

R.: Sei di quelli che preferiscono dire Porcozio o Porcodue?

F.L.: Che gusto c’è? Al massimo Ostia. Quello tanto. Ultimamente ho in voga DioPorcoDio ma in adolescenza col mio socio Roberto passavamo le ore aspetttando che ci raccattassero in autostop inventandoci bestemmie. Tra le migliori: Dio violentatore di negretti, Dio scandinavo, Dio narcotrafficante, Dio nudo in una valle di gay. Poi, come dice il mio socio, “dio è come il nero, sta bene con tutto“. Dio sbadila merda mi sa che esisteva già, ma pensavamo di averla inventata noi. Beata gioventù.

R.: Già. A me piaceva, a suo tempo, pensare di aver inventato Dio straripa merda, e magari l’avevo proprio inventato io. Ha un futuro Felix Lalù? Quale?

F.L.: Ha un presente per il momento. Non è che sto lì a dirti No Future, però in fondo chi se ne incula. Va dove ti porta il clito (cit.)

R.: Cosa ne pensi dei Canadians?

F.L.: Bah, boh. A me i gruppi mezzi acustici mi son sempre sembrati un po’ pacco. Me compreso.

R.: Ciao e grazie.

F.L.: Oh, grazie, la mejo intervista che mi abbiano mai fatto.

Da quando vivo in Spagna, ho notato che a molti spagnoli piace iniziare una conversazione con un italiano con una domanda del genere: “Secondo te, quali sono le principali differenze tra noi spagnoli e voi italiani?“. Spesso il soggetto domandante è una ragazza carina, status sociale e culturale medio-alto, spesso di Madrid, orientamento progressista, alto livello di auto-consapevolezza e coscienza critica. Inizialmente provavo a sfangarla con i peggio stereotipi su cottura spaghetti al dente, cinema italiano vs. cinema spagnolo, tendenze socio-culturali, Berlusconi vs. Zapatero, e bla bla bla. Ho provato anche con cose tipo “beh, a noi italiani piace ogni tanto vincere un mondiale di calcio, agli spagnoli mica tanto“, ironia spesso sprecata. In genere, qualunque fosse la mia risposta, soprattutto se il domandante appartenteneva alla macro-categoria sopra descritta, e che potremmo anche definire come “fighette progressiste“, immediatamente la conversazione finiva per buttare su maschilismo, femminismo e ulteriore bla bla bla, su cui non voglio ora polemizzare, ma che mi annoia moltissimo.

Adesso, a fronte della solita domanda, rispondo immancabilmente: “La differenza più grande che ho notato tra spagnoli e italiani è che i primi si chiedono spesso quale sia la differenza principale tra spagnoli e italiani, e i secondi di solito se ne fregano“. Risposta che serve in nove casi su dieci a troncare la neonata conversazione e che ha ridotto drasticamente il numero di amici e/o amiche che posso contare nella categoria “fighette progressiste”. Ma così è la vita, ed è inutile farne un dramma.

È un giorno un po’ così. Ogni tanto è bello fregarsene anche di qualcosa o di molte cose, e quindi mollo qui una bellissima poesia di Folco Maraini che girando qua e là mi è tornata in mente:

Il giorno ad urlapicchio

Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dagro e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plòdigan sul mondo infrangelluto,

ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzìllano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;

è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è il giorno a cantilegi, a urlapicchio
in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.

E ringrazio questo blog per avermela ricordata.

è un giorno un po' così

Iersera, complice un complesso concorso di concause, sono approdato al Chiri’n’go del Chamán, che stavano suonando gli Ea!. Io non lo sapevo mica che la cantante di questo simpatico complessino da spiaggia era una vecchia. Somiglia abbastanza alla Rosa che mi fa l’orlo ai pantaloni, solo che la Rosa, per qualche storia sanitaria sua, non si capisce un cazzo quando parla, che biascica tutte le parole. Questa invece (al secolo Pilar “La Mónica”), ovviamente non biascica, e canta anzi bene, come nei dischi, ma a me, vedere ‘sta vecchia in calzamaglia viola saltellare sul palco mi ha un po’ smontato. Poi possiamo anche discutere del fatto che le vecchie possano o non possano avere il diritto a cantare nei complessini, ognuno è libero di pensarla come vuole e non sarò io a scagliare la prima pietra, però ecco, a me peronalmente mi ha smontato abbastanza. Per cui ho bevuto il mio Tequila Sunrise, ho fatto finta di salutare a questo e a quello, e me ne sono andato.

Ora, la prossima volta che porterò alla sarta le mie mutande da rattoppare, starò molto attento, e sicuramente in un angolino sconosciuto della mia mente sentirò piccoline e leggere le note di Agua de limón, e mi spunterà un perfido sorriso di cui la Rosa ignorerà sempre origine e significato.

Magari capita anche che uno va fino a Cartagena (e vabbè, mica dall’altra parte del mondo, d’accordo) per vedere un concerto della Concha Buika. Un po’ per non perdere il mio ritmo vertiginoso di almeno un bel concerto ogni paio d’anni. Ma soprattutto perché la Concha Buika è oggettivamente una delle pochissime persone capaci di farmi muovere il culo.

Hiromi Uehara: su di giri

Magari capita anche che uno apprende con sconforto che gli tocca di sciropparsi, come gruppo spalla, un certo Hiromi Quartet, e la foto e il nome non lasciano scampo: si tratta di roba giapponese. Allora: io non so parlare di jazz, per cui ve la racconto un po’ così come viene. Risulta quindi che di giapponesi ce n’è solo una, tal Hiromi Uehara, pianista. Che è una tipetta gialla vestita da gattara e pettinata con le bombe a mano, che saltella come un grillo tra un gigantesco pianoforte a coda (gigantesco: grande normale, ma lo sembra di più perché lei è piccolina) e altre tastierine, alcune rosa. Notevoli le scarpettine d’argento. Gli altri erano un bassista inglese perfetto, alto, con un berretto da bassista perfetto, stile Saturnino, velocissimo e virtuosistico. Sul chitarrista, americano, c’era un errore, in quanto era pettinato e si muoveva come l’amico Patrick, che come tutti sanno suona il saxofono. E saxofono a parte, sembrava un po’ incartato, probabilmente l’hanno contrattato all’ultimo momento senza neanche fargli un provino. Mah. Del batterista non ricordo un granché, era un brasiliano, credo, e vestiva un basco da batterista/percussionista molto corretto. Detto questo, se dobbiamo parlare della musica, c’è poco da dire: una bella botta d’energia. C’è dentro parecchia roba, come sempre, e non sarò certo io a fare né un nome né un paragone. Il solito misciotto in cui trovi di tutto, dal ragtime ai maestri del jazz elettrico, passando per il rock progressivo, il funky e i ritmi latini. Il tutto ad altissimo livello, e ad altissima velocità. Insomma, e-mule, torrent o Amazon, come volete voi, è roba che merita l’ascolto e anche l’acquisto.

Concha Buika: giù di corda

Magari capita anche che nell’intervallo tra i due concerti Ruphus si beva un paio di bicchieri di vino o tre. Quando torno in sala mi sprofondo nella mia poltroncina pregustando libidinosamente un evento che inseguivo da qualche anno. Chiudo anche gli occhi, e dopo due minuti mi sento prendere dallo sconforto: che mi sia ubriacato troppo? Com’è che non mi arriva niente di niente, nessuna emozione, nessuna vibrazione? Apro gli occhi e quello che vedo è una negra vestita dentro un enorme sacco grigio e nero che biascica rovinosamente le canzoni del suo  ultimo disco; e tra un pezzo e l’altro farfuglia frasi di circostanza sulla magia del posto eccetera; e che soprattutto fa calare vertiginosamente il contenuto di una bottiglia che di acqua certo non è. Signori, quella che è ciucca marcia è lei, la Concha. I musici si affannano, hanno voglia, provano loro a tirar su le sorti di un’esibizione ai limiti del grottesco, ma non c’è niente da fare. Rapidamente cominciano a svuotarsi file intere di poltroncine, quando da tempo i biglietti erano esauriti in prevendita. Finita, come da contratto, la presentazione di El último trago, il pianista prova ad attaccare un pezzo di quelli famosi, ma la Concha gli fa segno che no, scuote la testa, una mano, non ce la fa proprio; la bottiglia è vuota. Rimasta sola sulla scena, con un ultimo sforzo intona una versione a cappella di Ojos verdes, raccoglie i suoi applausi di circostanza e sparisce. Bella merda.

Magari capita anche che dopo, fuori dal teatro, ancora perplessi su ciò cui abbiamo assistito, ci si avvicinano il bassista e il chitarrista della giapponesina, e ci chiedono se abbiamo da fumare. La Sarlavia gli dà un paio di cannoni e quelli se ne vanno contenti.

Io ricordo che quando lavoravo in Gest i pianoforti li microfonavamo con due AKG di quelli importanti che stavano ognuno in una scatoletta tutta per sé. La Hiromi di microfoni ne usa tre. Che avanti questi giapponesi!

I libri non spariranno mai perché non si può rinunciare all’odore della carta. Del resto anche i profumi ci sono da sempre perché alla gente piace leggerli.

[Duccio Battistrada]

[copia e incolla da un commento a questo post]

Gengis Khan

Gengis Khan: dio era circa così

Io sono convintamente ateo da quando avevo circa 6 anni. Prima, non è che potessi definirmi credente, perché non ci pensavo molto alla questione; direi agnostico, se non fosse un po’ esagerato per un trappolo dell’asilo. Ma magari un po’ ci credevo, d’altronde credevo anche in Babbo Natale e santa Lucia, e in santa Apollonia, che nel mio paese aveva sub-appaltato dal topolino l’incarico di raccogliere dentini distribuendo monetine. Avevo un libro di racconti illustrato, e c’era la storia della lamapada di Aladino, e c’era la figura del genio che esce dalla lampada: una specie di Gengis Khan, pettinato come un eunuco, con un gran vestaglione rosa. Ecco, per me quella era l’immagine di dio. Aprivo il mio libro, indicavo il figuro e dicevo: “Questo è dio!”. Per me, per i pochi anni in cui ho avuto un’immagine di dio, dio non aveva la lunga barba bianca, ma un enorme vestaglione rosa.

Io, che da piccolo fossi un bimbo sveglio, lo so preché me lo diceva sempre la mia mamma. Ma la mia mamma doveva esserne convinta solo fino ad un certo punto, perché nascondeva i regali di natale, e quelli di santa Lucia, sempre nello stesso posto, l’armadio grande della sua stanza, posto che un bambino sveglio di sei anni si suppone che abbia perlustrato più e più volte. Per cui, anche per via di mia sorella più piccola che aveva tutto il diritto di credere ancora un po’ nella magia del natale, per qualche anno ancora ho finto di credere e meravigliarmi di tutto l’ambaradam che i miei montavano. A dire la verità mi sembra che alla fine gliel’ho detta io, a mia sorella, la verità del mondo. Molto più difficile risultò poi convincere i genitori, ma ce la feci, credo poco prima di prendere la patente.

Il mondo è tondoEd insomma, per me che ero e mi sentivo un tipo sveglio, l’ho già detto, fu come fare due più due: non esiste Babbo Natale? Bene, meglio, il mondo appare più logico. Ma allora nemmeno santa Apollonia, e nemmeno il coniglietto pasquale che nascondeva le uova di cioccolata in giardino, avevano più diritto di cittadinanza nella mia piccola Weltanschauung. E nemmeno quell’altro tipo invisibile che dovevamo pregare all’asilo, dalle suore, che diceva di essere morto e risorto. Via, eliminato. Applicazione precoce del mio personale rasoio di Occam. In nome del quale avrei messo nel sacco delle fandonie pure la storia che il mondo è rotondo, in quanto in contrasto con la mia esperienza del medesimo. Ma la presenza costante di un mappamondo di quelli che si illuminano nella mia cameretta alla fine mi convinse che sì, il mondo è rotondo, gli Stati Uniti sono gialli, l’Australia verde, e l’Africa ha la forma di un faccione negro con uno strano cappello floscio da fuochista. E dio indossa un grande vestaglione rosa.

[riflessioni che hanno preso spunto da questo post]

arlecchino

Dio bono, uno dice “Mi faccio un blog, anzi me ne faccio otto“, e così dopo, oltre al peso di vivere, c’ha addosso anche questa che deve tenerli aggiornati, sennò non va mica bene.

R U P H U S è fermo da qualche giorno? Abbiamo buttato roba nuova nei blogz collaterali. Su Sensibili alla figa (VM 18) un’indagine sociologica sugli amici tedeschi (ciao, amici tedeschi!), su Politiculo altre considerazioni su altre cose nemmeno troppo importanti, ma questa è la differenza tra scrivere un blog e rivelare la parola di dio.

Buon ciufi a tutti.

Kill Everybody Now

Allora. L’umore è quello che è, mezzo incazzato, neanche tanto, ma devo uscire. Mi piacerebbe mettere una maglietta che rifletta il mio stato d’animo, un po’ aggressiva, tanto per. Magari avessi ancora quella dei NoMeansNo con scritto “Kill Everyone Now” (vedi foto), ma quella me l’ha fatta sparire la mamma secoli fa. Per cui niente. E invece ecco, improvvisa, mentre rovisto nel mucchio, salta fuori quest’altra, dimenticata da tempo, una delle mie preferite di sempre: vi si vedono le sagome estremamente stilizzate di un omino e di una donnina; l’omino ha i pantaloni alle caviglie, la donnina è inginocchiata davanti a lui, con la testa al livello della cintura, sembra che glielo stia ciucciando; sotto, una scritta che dice “Servizio in piedi“; dietro, sulla spalla, c’è scritto in piccolo “Surf in Paradise“. Oddio, l’intento provocatorio di questa maglietta è piuttosto loffio, non si scandalizzerebbe nemmeno mia nonna. Ma tant’è, sono contento di questo ritrovamento, mi infilo la maglietta ed esco. Che tra una cosa e l’altra mi è anche migliorato l’umore, per cui fischiettando mi reco al bar Kalimba de Luna del mio amico Frans.

servizio in piediAl bar Kalimba de Luna del mio amico Frans c’è un tavolo con amici e amici di amici, per cui mi ci siedo anch’io. C’è anche una, che mi presentano per cognome, diciamo Angeletti (non è il cognome vero, ma ho imprato che la gente si adira quando la metti con nome e cognome nei blogz). Angeletti, dopo un po’ di conversazione, accenna alla mia maglietta. “Bella, vero?” le dico, tutto contento che l’abbia notata. Dice di sì, non troppo convinta, e mi chiede tipo dove l’ho trovata. “Ah, ma questa me l’ha portata uno da Madonna di Campiglio, le stampavano credo a Parma. Roba da snowboarders, dietro c’è scritto anche Surf in Paradise“. E poi aggiungo, premuroso: “Ma è roba di più di dieci anni fa, penso che ora sia introvabile“. Noto che stranamente non se ne dispiace troppo. E poi dice: “Lo sai che qui in Spagna dicono che noi italiani siamo un sacco maschilisti?“. Io, ingenuo, cieco, non vedendo ancora dove va a parare questa, scoppio in una grossa risata: “Sì sì, è vero, me lo dicono sempre anche a me! Ha ha ha, ‘sti spagnoli!” e giù a ridere. Angeletti non ride e ripete che secondo gli spagnoli gli italiani sono maschilisti; e aggiunge “Non credo che la tua maglietta ci faccia una buona pubblicità“.  […continua…]


leggi tutto il post su Sensibili alla figa



questo post appare su Politiculo e su R U P H U S


obama

Hanno assegnato il Premio Nobel per la pace a Barack Hussein Obama.

Di questo fatto dovremmo rallegrarci tutti, sostenitori della pace e della guerra, sostenitori dell’America e dell’Unione Sovietica, sostenitori delle razze camitiche e ultrà della razza ariana. Perché un Nobel per la pace è un Nobel fatto apposta per mettere tutti d’accordo, per stare, appunto, in pace con noi stessi come con i nostri nemici. Non esiste il Nobel per la guerra, anche questo andrebbe sottolineato, e non esiste il Nobel per la matematica; i matematici hanno istituito la medaglia Fields, ma vuoi mettere, conosci una ragazza e per impressionarla, per farti bello, le dici: “Sai, ho vinto la medaglia Fields!“, lei sicuramente pensa a una corsa campestre; non è lo stesso che poterle dire: “Sai, ho vinto l’Oscar per i migliori costumi originali!“. Di certo uno come Obama, reduce dalla figura da farlocco che gli hanno servito negando le Olimpiadi alla sua città di origine, non poteva accontentarsi della medaglia Fields. Obama è il quarto presidente americano a ricevere questo prestigioso riconoscimento, ma dobbiamo ricordare che l’Italia vanta ben sei Nobel per la letteratura. Modestamente. Il bello di un Nobel per la pace è che non si discute, non è che può venire un Bin Laden, un Putin, un Berlinghieri a dire “No, non va bene“.

Tra l’altro questo premio simbolico di circa un milione di €uros si adatta perfettamente al carattere pacioso e ai modi urbani di questo personaggio, tutt’altro che permaloso. Ricordiamoci di quando Brulesconi disse di lui: “È abbronzato“. Era una battuta, ovviamente, ma è venuto giù il mondo: tutti lì a dire che queste cose non si dicono, non son modi, ecc. E invece lui, l’Obama, non ha detto niente, ha sorriso e ha fatto finta di trovare spiritosa la battuta. Dopo ha anche invitato il nostro presidente a prendere un caffè alla Casa Bianca.

Il Nobel per la matematica, secondo alcuni, non viene assegnato perché la moglie di Alfred Nobel, quello che ci ha messo i soldi all’inizio, aveva una tresca con un matematico olandese. Secondo altri Alfred Nobel non era neppure sposato, e non sono mai esistiti matematici in Olanda. In fondo sarebbe come se Michelle, la moglie di Obama cantata anche dai Beatles, avesse una tresca con Bruce Sprinsteen. Non sarebbe carino, non avrebbe senso, ma sicuramente Obama non se la prenderebbe, non avrebbe scatti d’ira inconsulti. Parlerebbe con tutti, manderebbe altri soldati in Afghanistan, farebbe fare la pace tra Israele e quegli altri, insomma si attiverebbe un casino per la pace nel mondo, tanto che toccherebbe ridargli il premio anche l’anno prossimo, e non sono sicuro che il regolamento lo permetta. Anche se lo permettesse non sarebbe carino, come quando hanno detto a Lucio Battisti che non lo facevano più partecipare al Festivalbar perché tanto vinceva sempre lui. Tutto questo, per dire.

c'è del tenero?
c’è del tenero?

videocracyStasera mi sono visto Videocracy, di Erik Gandini. Ciò mi ha permesso in primo luogo di accostare delle facce a dei nomi che avevo scorso un paio di anni fa su repubblica.it, all’epoca di vallettopoli. Non vivendo in Italia e non avendo televisione, e fregandomene di tutte queste cose, di vallettopoli e dei personaggi coinvolti non avevo capito una minchia. Per cui stasera ho scoperto che: 1) Lele Mora è un signore oscenamente brutto, che ricorda un po’ troppo il cattivo diabolico di Lost Highway, e che probabilmente pippa più borotalco che cocaina; borotalco finissimo, leggerissimo e profumatissimo – 2) Fabrizio Corona è uno che spacca davvero, uno che va al massimo; ma lo fa per soldi, fa una fatica bestia, e non ride mai, peccato per lui – 3) l’Italia di oggi si può permettere ricchi ed aspiranti ricchi strepitosamente di merda – 4) sto proprio bene dove sto.

<B>Mystery Man</B> di <I>Lost Highway</I> vs. <B>Lele Mora</B>

Mystery Man di Lost Highway vs. Lele Mora

Però a me il fatto che questo Erik Gandini, svedese, venga a fare il brillante e a sindacare quello che succede in Italia, e a farci i film sopra, non è che mi sembra proprio bello. Sicuramente anche in Svezia avranno qualche magagna di cui parlare, no? Vogliamo parlare dei diritti del popolo Sami? [vedi qui] Vogliamo dirlo che in Svezia il rischio di una donna di morire per complicazioni della gravidanza o del parto è di un caso ogni 17.400? [vedi qui] Vogliamo parlare del fatto che in Svezia è vietato licenziare un prete anche se questo ha un’amante sposata? [qui] Ma lo sapevate che degli animalisti hanno fatto scudo con i loro corpi agli alci della riserva reale, e hanno impedito al re Carlo Gustavo di Svezia e ai suoi ospiti di proseguire la tradizionale battuta di caccia in una zona montagnosa nella Svezia centrale? [qui per approfondire] Così, tanto per dire…

questo è un estintore

Ho notato che piazzare nel proprio blog una foto di un estintore, e parlare vagamente di estintori per qualche capoverso porta ad un incredibile aumento delle visite in arrivo da Google e consimili. Per cui, che dire, proviamo a parlare un po’ appunto di estintori, questi amici che ci vengono in aiuto in caso di incendio o in caso di blog con poche visite. Estintori a sabbia, a schiume chimiche. Estintori da parete ed estintori da tavola. Estintori in via di estinzione, od ormai estinti. Mah…

Alcuni episodi di vita vissuta con al centro degli estintori li ho già raccontati in altri blogz, ed i loro protagonisti non l’hanno presa bene, per cui cercherò di non ripetere l’errore. Dirò solo che un mio amico di nome Gioacchino Menestrelli (nome ovviamente di fantasia) si è scaricato un estintore a schiuma in bocca, così, per gioco o per scommessa; e che un altro amico mio, che chiamerò Paciugo Arcadio Ponzoni, una volta scaricò tutti gli estintori delle gallerie del Bus de Vela, così, perché era amareggiato.

È dura andare avanti ancora per molto. Posso aggiungere che al Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Trento, sul finire degli anni ’90, gli estintori erano regolarmente fuori tempo max con la revisione periodica. Ah, una volta prestai un estintore per sconfiggere un principio d’incendio e poi mi scordai di farmi rimborsare la ricarica. Vedi che robe?

dagoredDago red è il vino rossorubino fatto dai dago, gli italiani un po’ guappi d’America. Lo strepitoso Arturo Bandini ha bevuto sicuramente dago red. Bisogna partire da questi racconti per sborniarsi sul serio con tutti i geniali padri-muratori, tutti gli strepitosi figli-scrittori inventati da John Fante.

[Domenico Starnone]

Sulla quarta di copertina c’era scritto così. E allora, anche se metti che non mi piacciono in generale gli scrittori americani, anche se magari ho già provato a leggere qualche pagina di John Fante (con scarsi risultati), allora, se qui si parla di vino e di sbronze, proviamo a darci un’occhiata.

Io, da sempre, i libri di racconti li leggo così: vado subito all’indice, attraverso semplici operazioni di sottrazione trovo in un attimo il racconto più breve (come numero di pagine), e comincio da quello. Poi leggo il secondo più corto, e così via. E se l’autore, o l’editore, si sono spremuti le meningi per presentare i racconti in un dato ordine, secondo un certo filo logico, beh, cazzi loro. E con questo Dago Red non faccio eccezione. Per cui inizio con Ave Maria, sette pagine, il racconto che chiude tutta la raccolta. Una sorta di monologo rivolto alla madonna, in cui parla di cose varie non molto interessanti; tema principale, il suo essere cattolico in un paese di protestanti. Umf. Andiamo avanti. Con otto pagine trovo La canzonetta scema di mia madre, storia di due mocciosi che provano a rubare qualcosa ma vengono beccati, e poi sensi di colpa e la madre che dev’essere una specie di seminferma mentale che non capisce una mazza. A pari merito con dieci pagine ci sono Prima comunione e Strada per l’inferno. Mamma che titoli. Il primo è un noiosissimo resoconto di tutte le menate che accompagnano il protagonista quando si appresta a confessarsi e comunicarsi la prima volta. Un deficiente. L’altro racconto parla di Confessione, Peccato, suor Maria Giuseppa, Tentazione, Diavolo. Fantastico. E poi, ancora: L’iradiddio (12 pagine), viene un terremoto, lui si sente in colpa perché sta con una protestante, quando vede che l’unico edificio rimasto in piedi è la chiesa cattolica, si pente e abbandona la tipa; Rapimento in famiglia (14 pagine), insulsa storia di come si sono conosciuti babbo e mamma del ragazzino; Muratore nella neve (ancora 14), ricordi d’infanzia del cazzo; Casa, dolce casa, (14 un’altra volta), un pranzo di famiglia con relative menate. E qui abbandono…

Conclusione. Ora, a me può anche star bene il fatto che questo John Fante abbia vissuto con molti problemi il suo essere cattolico, che abbia conosciuto solo padri muratori e madri rimbambite dai preti, e mi pare giusto che ne scriva, se riesce a trarne giovamento, e che l’editore pubblichi, se riesce a vendere. Meno bene mi sta che per vendere un manuale da giovane chirichetto complessato scrivano sul dorso che si parla di vino e di ubriaconi. Questo si chiama pubblicità ingannevole verso il consumatore ignaro, questo si chiama concorrenza sleale nei confronti degli editori che scrivono onestamente in copertina il contenuto del libro, questo si chiama prendere per il culo la gente. Bum.