Ci rimane sempre un po’ male, il turista che al tramonto incrocia sul molo il vecchio marinaio, pipa in bocca e sguardo fisso all’orizzonte, quando gli chiede che tempo farà l’indomani, e quello, invece di annusare il vento o studiare il volo dei gabbiani, tira fuori di tasca il suo bravo smartfon e, data una rapida occhiata all’app selezionata con le dita rugose, sciorina il responso di meteo24, previsioni affidabili da qui a una settimana.

Ci rimane sempre un po’ male, il turista, ma non lo fa vedere; ringrazia veloce il vecchio marinaio e se lo lascia rapidamente alle spalle, cammina impettito sul molo, fino a perdersi tra le famiglie che cercano un ristorante autentico dove cenare.

08.03.27  028 2

Renato Zero nel 1968A volte, quando uno ti dice che secondo molta gente lui assomiglia a Renato Zero, e poi aggiunge anche di non condividere questa opinione (“Secondo me non ci assomiglio proprio a Renato Zero“, dice), e tu gli dai ragione, e gli dici che effettivamente è molto difficile trovargli una qualche somiglianza con Renato Zero, ecco che spesso dopo due minuti è proprio lui quello che cerca di convincerti che dopo tutto, almeno un po’, lui davvero assomiglia a Renato Zero, anzi sono quasi identici, e se alla fine non gli dai ragione ci rimane un po’ male.

Poi tanto si scopre comunque che quello lì che voleva somigliare a Renato Zero tutti lo chiamano Tokio di soprannome, e la cosa finisce un po’ lì.

Iersera son stato su a Trento, a trovar degli amici e a ber delle birre. Il sempre bellissimo Penasa, non appena mi ha visto, mi ha detto: “Toh, ti ho portato un regalo…” e poi ha simpaticamente aggiunto “cosí magari mi fai una recensione” – io questa battuta non l’ho mica capita per niente, ma mi ha fatto tanto ridere lo stesso.

BAUL’oggetto in questione, il regalo: un parallelepipedo a base quasi quadrata, molto appiattito, diciamo un centimetro circa lo spigolo più corto, tra i dieci e i quindici centimetri i restanti; una delle due facce più grandi presenta, su sfondo blu, il disegno di una specie di tirapugni giallo all’interno di un pentagono irregolare cavo, dal bordo rosso; in alto, in caratteri tridimensionali bianchi (ma con la profondità in nero) la scritta “superbau“, però in maiuscolo; in basso, sempre in maiuscolo ma in nero, la scritta “scfaed“; sulla faccia opposta, ancora su sfondo blu elettrico, un sacco di scrittine bianche che non sono stato a decifrare, e un bollino rilucente, ologrammatico, di circa 2 x 3 centimetri, con altre scritte ancora più piccole. L’oggetto appare ricoperto di una sottile pellicola trasparente tipo cellophane, molto delicata, tanto da deteriorarsi rapidamente: già penso di aver rovinato il bellissimo regalo, quando intuisco che a rompersi è solo un involucro protettivo, destinato comunque ad essere rapidamente smaltito in appositi contenitori. Ed in effetti, rimossa la pellicola, scopro con gioia che il misterioso parallelepipedo, su cui mi sto già interrogando intensamente, si apre come fosse un libro, anzi è proprio una specie di libro.

Un libro di bellissime poesie, immagino scritte da Penasa e i suoi amici, e di fantastici disegni. I disegni (i disegni degli amici di Penasa) sono pieni di ossi, denti e altre parti del corpo, di animali coloratissimi ed indaffaratissimi, di personaggi alle prese con i problemi più disparati: raccontano una storia affascinante per quanto ermetica in molti aspetti, una storia che è sicuramente la narrazione di una vita intensa, da leggere con avidità, per divertirsi ma anche per imparare. Possiamo immaginarlo come il viaggio iniziatico di un peluche, un peluche dapprima normale, ma poi, attraverso il contatto con scienziati pazzi, prostitute a pezzi, musicisti, preti, pianeti, organi riproduttivi, esplosioni, liquidi, mentine, eccetera.

E le poesie, nate forse originariamente come didascalia per questi disegni, rimandano indubbiamente alla stessa varietà cosmogonica di base. Poesie per animi gentili, che sanno racchiudere nel breve spazio di pochi versi tutta la delicatezza di un mondo che sboccia, e che sbocciando si fa appunto poesia.

Io penso che il messaggio profondo di questo libro, dei suoi disegni e delle sue poesie, non sia altro che un invito a riscoprire la bellezza nascosta del mondo.

Ultimo dettaglio, il libro è accompagnato da un simpatico gadget, un disco musicale in cui Penasa ed i suoi amici cantano dei pezzi musicali simili a “canzoni”, probabilmente ispirati ai disegni e alle poesie; e devo dire che, contrariamente a quanto accade di solito, questo disco non è solo un inutile accessorio, anzi. Questi giovani cantano molto bene e sanno usare con sapienza i loro strumenti musicali: purtroppo il pinökel di plastica trasparente che servirebbe a mantenere agganciato il disco nella sua sede corretta era rotto, sicché non ho potuto far altro che gettare il simpatico disco nella spazzatura. Peccato, perché non era niente male.

bocia

d'annunzioOvviamente, da che mondo è mondo e da che pane è pane, la gente comune ha avuto l’usanza di piazzare del cibo (carne, formaggi, verdure, insaccati, spezie) tra due fette di pane e di mangiarselo cosí, con le mani. La gente comune, appunto. La nobiltà invece, costretta da mille regole d’etichetta, si doveva sedere a tavola per ore, a mangiare, conversare ed improvvisare la guerra o la pace. Quando nel XVIII secolo tal John Montagu, IV conte di Sandwich, ritenne troppo oneroso per la sua persona alzarsi dal tavolo da gioco per approdare a quello imbandito, e si fece preparare un pezzo di carne tra due fette di pane, tutti dissero “Oh!“, lo trovarono una cosa molto particolare e un qualche geniaccio dell’adulazione propose di chiamare l’artefatto “sandwich“, in onore al suo “inventore”. Ovviamente la gente comune aveva dato da tempo un nome a quella strana cosa lì, sicuramente non lo chiamavano “pezzo di cibo tra due fette di pane”; chissà, forse lo chiamavano “piastrone“, o “bitullo“, o “scaccino“, impossibile saperlo. Fatto sta che il nome sandwich si impose, soppiantando ogni precedente dizione e promuovendo un nobile più ludopata che crapulone a fondatore di una nuova linea gastronomica.

Poi, dopo, nel 1925, il grandissimo poeta nazionale Gabriele D’Annunzio inventò la parola “tramezzino“, per sostituire il termine straniero e non gradito al regime (leggermente diverso, secondo Wikipedia, il succedersi dei fatti, ma la sostanza rimane quella).

Questo pomeriggio, al bar: la cameriera, rumena (pensavo fosse russa), giovane e bellina. Gli astanti: un relitto ceco, uno francese, uno spagnolo e, a parte me, un altro italiano, seppure di merda. E un cliente che sembrava normale, ma poi salta fuori che non ha i soldi per pagare la birra, e mi tocca di offrirgliela.

No, giusto per sapere… ma cos’è che offende, umilia, degrada maggiormente la dignità delle donne? che ne insulta e deride l’intelligenza? a) Cicciolina che lo succhia ad un cavallo, o b) una pagina come questa (trovata per caso nella ricerca di un consiglio utile)? No, perché il primo caso non mi dice assolutamente nulla sulle donne in generale (al massimo sull’amore per gli animali della mai abbastanza rimpianta deputata radicale), mentre nel secondo tutte le donne (e le casalingue in particolare) vengono trattate come una massa di deficienti decerebrate con lo sviluppo intellettuale non superiore a quello di un bambino di tre anni. Poi, può anche essere che mi sfuggano dei particolari…

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PS – Oddio, a leggere i commenti che la pagina ospita sembra proprio che l’autrice abbia colto nel segno sul livello mentale delle sue lettrici. Continuo a pensare che per rispetto verso tutte le donne, certe tertulie sarebbe meglio mantenerle nascoste nell’intimità di un ristretto circolo di comari, e non ostentarle così, coram populo, ad offesa ed insulto di tutto un genere.